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Ausl Langhirano direttore Stefano LucertiniUn incontro particolarmente interessante ed articolato, quello che si è svolto ieri nel tardo pomeriggio nella sala convegni al terzo piano della Casa della Salute. Il tema affrontato era piuttosto tecnico, ma anche di estrema attualità: i nostri ragazzi, e più precisamente il loro percorso tra bullismo e nuove dipendenze.
Il programma dei lavori è stato aperto da Stefano Lucertini, direttore del Distretto Sud-Est (lo vedete nella foto di lato), e da Giordano Bricoli, sindaco di Langhirano: entrambi, interventi che abbiamo trasmesso entrambi in diretta streaming su Twitter, hanno evidenziato la necessità di aprire la Casa della Salute al territorio, e quindi ai cittadini. I langhiranesi, in realtà, tendono a partecipare piuttosto volentieri alle iniziative collettive, ma usualmente queste devono essere “evidenti” (in piazza, o attraverso corpi intermedi come le scuole, per esempio): occorrerà certamente grande impegno perché la meritevole intenzione arrivi a compimento.
A definire il fenomeno del bullismo è Fabio Vanni, uno dei responsabili del Centro adolescenza e giovane età della pedemontana est. Abbiamo trasmesso l'intervento integrale in una diretta ad hoc, ad apparire interessante nella disamina è stato soprattutto la voglia di andare oltre il fenomeno in se stesso, e di spostare l'attenzione sul contesto in cui il bullismo si forma. Insomma, un implicito “diamo un'occhiata alle precondizioni e lavoriamoci sù” piuttosto interessante: la constatazione che il bullismo sia qualcosa di assolutamente sganciabile dall'ambito scolastico, per esempio, allarga molto la sfera di responsabilità e competenze. I “campetti”, i “bulletti” che gravitano attorno ad essi ne sono un chiaro esempio. “E addirittura – rimarca il dottor Vanni – il fenomeno riguarda gruppi di ragazze, che se la prendono con una di loro colpevole di aver guardato a qualcuno del gruppo. Non sono fenomeni propriamente di bullismo ma sono certo pertinenti con le logiche di cui andiamo a parlare oggi, perché hanno in comune il tema della vessazione. Sul piano antropologico si deve certamente alla caduta della verticalità, che è un fenomeno nuovo. L'orizzontalità non è mai avvenuta nella storia, ma comporta che chi decide l'ordine non sia qualcuno al di sopra di noi. Tutto ciò che ha un ordinamento verticale è fortemente in crisi, a partire dalla famiglia. Ovviamente questo impatta su chi si rapporta con i giovani, perché un conto è inserirsi in un contesto in cui c'è un ordine garantito, e un conto è entrare in un contesto in cui sì ci sono delle regole, ma chi gestisce l'ordine non governa. Questo incide sui ragazzi di oggi. Un altro elemento che incide riguarda lo spazio, che nel tempo si è notevolmente dilatato, visto che esso oggi si compone certo con chi è in classe assieme a me, ma anche da quelle con cui comunico”. La comunicazione, i social, il tema dei temi.
Controllare l'attività dei nativi digitali da parte di una generazione di morituri analogici, per così dire, è veramente impresa titanica: i più “easy” degli adulti usano facebook e whatsapp, sentendosi con questo “dentro le cose”. Su Periscope i figli quindicenni titolano la diretta streaming “a cento le esco”, collegando l'assegnazione di like ( vero “must” dell'essere sociali) all'esibizione in premio del seno. I genitori li cercano su whatsapp, loro chattano su viper. I social attualmente fruibili sono 40, l'adulto medio ne conosce 3. Il concetto di daily me è essenzialmente sconosciuto. Non a Vanni, che giustamente rileva come “ gli elementi di alterità sono ormai percepiti come un fattore ostile, da marginalizzare”. Come incide tutto ciò con la creazione di un concetto terzo, che sia superiore alla dimensione dell' “io”? E' un bel problema: tutte queste dinamiche ostacolano parecchio il lavoro delle istituzioni nella creazione del concetto di “bene comune”.
“E allora che fare?” si chiede Fabio Vanni. “ Il tema, a mio avviso, è quella di ispirarsi ad una posizione che non è quella di imposizione, ma di curiosità e rispetto nei confronti del bambino. L'educatore deve trovare una propria autorevolezza, ma subordinando questo aspetto al più importante fattore di ascolto, di interesse”.
A Vanni succede Giuliano Giucastro, responsabile del Sert della Casa della Salute che fa da ospite al seminario, tratta il problema del disagio giovanile dal lato del gioco d'azzardo e delle dipendenze patologiche ( Gap ). Compito arduo, quello di mandare avanti un Sert: tralasciamo la difficoltà di gestione dell'utente, già di suo “tignosetto”, ce n'è uno anche di tipo organizzativo vero e proprio. Nel termine dipendenze patologiche ci sta dentro di tutto, dall'eroinodipendenza alla ludopatia, “e voi capite bene che un conto è gestire chi ha un problema con il gioco d'azzardo, e un conto è avere a che fare con una persona che vuole smettere di fumare”. Effettivamente, come dargli torto.
“Una soluzione nella gestione delle relazioni – racconta Giucastro alla platea, avendo però parecchio allargato il concetto e generalizzandolo - è stata individuata nella prospettiva di équipe”. E cosa unisce tutte queste patologie, così diverse tra loro? “Tutte quante rappresentano una disregolazione dei meccanismi del piacere, e un mancato controllo nelle dinamiche di gratificazione. La dipendenza, beninteso, non deve essere intesa come un meccanismo “bianco o nero” ma come un fenomeno estremamente variegato, che va dalla difficoltà di gestione alla franca patologia. La patologia avanza per gradi: abbiamo un primo grado in cui si ha l'apprendimento, ed il meccanismo diviene operante e condizionante l'individuo. Il secondo grado è nella ripetizione sregolata: quando l'individuo è alle 8 del mattino al bar, lo fa per trovare una conferma di se nelle dinamiche. E si accorge di questo, e di avere un problema, quando questo è ormai un comportamento consolidato. Si parla di patologia quando ci si trova di fronte alla compulsione: quando la persona è incapace di astenersi da un'assunzione di sostanza o da un comportamento, e l'astensione determina uno stato emotivo alternato d'ansia, che sfocia nel comportamento compulsivo, comportamento che sgomenta il soggetto stesso. Il gioco d'azzardo patologico ha tutte le caratteristiche per intercettare questa fascia d'età, perché l'adolescenza è quella fase della vita rimette in discussione i legami per individuarsi come “io”, ed è un periodo come grande marasma”.
Volendo prendere a spunto lo stimolo del dottor Giucastro,come non pensare a quelli che nel gergo della comunicazione vengono definiti “millennials”? Negli Stati Uniti questa categoria sociale è talmente diffusa da piegare ai propri bisogni interi mercati. I millennials sono coloro così immersi dalla vita “social” da non riuscire più a gustare l'intera durata di un film senza sbirciare il proprio facebook. E quando questo non è possibile danno evidenti segni di insofferenza. Risultato? Le principali catene di distribuzione cinematografica si stanno ponendo il problema, ed una delle più grandi ( LEGGI ) ha iniziato a dotare le proprie sale di wi-fi gratuito e ultraveloce.
A prendere la parola, e a rendere “concreti” ed agiti i concetti sono state quindi Cristina Azzali e Giorgia Graiani, sempre del Sert del distretto Sud-Est, che hanno spiegato bene quali giochi debbano essere considerati d'azzardo e quali semplici giochi. Molto utile è stato anche spiegare che il gioco d'azzardo può avere o non avere un aspetto patologico, secondo le caratteristiche già descritte da Giucastro. “E quando so che una condizione è diventata patologica?”, si chiede la dottoressa Cristina Azzali. “Quando all'interno di un'attività abitudinaria mi ritrovo a pensare al gioco, o mi vengono in mente immagini che riguardano le fasi di gioco, e soprattutto quando sviluppo il desiderio di ripetere l'esperienza. Fatto salvo che giocare è assolutamente sano, diventa un problema quando ciò diventa patologico, ed è prima di quel momento che occorre agire”.
Il quadro definito da chi interviene ( succederanno le colleghe Enrica Lami e Maria Chiara Ghizzoni) non è allarmistico ma consiglia essenzialmente grande attenzione: i ragazzi sono ormai nella possibilità di sviluppare un microcrosmo nel quale nessun adulto può o riesce a mettere piede. E ne deriva, per tutto quanto udito sul crollo della verticalità, che l'antidoto è da individuare nell'ascolto e nella capacità dell'adulto, educatore, genitore o insegnante che sia, di “meticciarsi” con i ragazzi del nostro tessuto collettivo.
Una bella iniziativa, quella promossa alla Casa della Salute. Forse una maggiore energia nella divulgazione dei contenuti tra le insegnanti (non intendendo il depliant da far girare, ma un contatto diretto rispetto ai contenuti) e tra i langhiranesi sarà un viatico per un migliore impatto sulla cittadinanza negli eventi futuri. Per quanto Langhirano sia lontano dall'essere considerabile il Bronx, è parte di una società plurale che da qualche anno sta migrando ad una forma nuova: maggiore è il numero di strumenti di cui ci dotiamo e migliore sarà la possibilità di rendere armonico questo passaggio. Anche per non sprecare il bagaglio esperienziale messo in campo da tante professionalità intervenute.

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