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ZFoto giudice Giovanna GiovettiProcura e amministrazione di sostegno al centro dell’ultimo incontro di Caffè Alzheimer con il giudice Giovanna Giovetti
La crescita dell’aspettativa di vita porta con sé un aumento delle persone anziane che necessitano di assistenza. E non solo dal punto di vista sanitario. Nel caso in cui abbiano perso le capacità cognitive, serve anche un’assistenza giuridica, soprattutto per effettuare operazioni bancarie, compravendite immobiliari o altri atti importanti. Ed è qui che interviene la procura o l’amministrazione di sostegno, due istituti previsti dalla legge che possono essere molto preziosi per proteggere gli interessi di chi ha problemi fisici o cognitivi.
Ma come funzionano? E quali sono le differenze? A spiegarlo, durante l’ultimo incontro con esperti di Caffè Alzheimer, che si è svolto nel pomeriggio di lunedì 27 novembre al Circolo Rugantino di Basilicanova, è stata Giovanna Giovetti, Giudice Onorario Tutelare del Tribunale di Parma. «Fino a quando una persona è capace di intendere e di volere, il sistema della procura è assolutamente adatto – ha spiegato Giovetti –. La procura conferisce ad un’altra persona il potere di rappresentarla e può essere di due tipi: “speciale”, se conferita per svolgere un singolo atto, oppure “generale”, nel caso in cui sia conferita per svolgere più azioni giuridiche che devono comunque essere indicate in modo specifico».
La procura può essere rilasciata a una o più persone, ma il malato mantiene comunque la piena capacità di agire. «Se per esempio il procuratore deve vendere una casa al mare – ha fatto un esempio il Giudice – nulla vieta al titolare della casa di poterla vendere in autonomia».
Questo tipo di istituto mostra però i suoi limiti nel caso in cui il malato presenti un deterioramento cognitivo. E qui subentra la figura dell’amministratore di sostegno. «Nel grande mare delle capacità giuridiche, vengono individuate delle “isole” – ha precisato il Giudice –, in cui il malato non è in grado di agire. Ed è in queste “isole” che interviene l’amministrazione di sostegno, che viene cucita addosso al beneficiario come un abito su misura e, così come accade per la procura, può essere temporanea oppure definitiva».
Per attivarla occorre presentare un’istanza al giudice tutelare, che può essere avanzata dal beneficiario stesso, dal coniuge o dal convivente, dalla Procura o dai Servizi sociali, che assumono un ruolo fondamentale nel caso in cui il malato sia una persona sola.
Il giudice fissa poi un’udienza di audizione, durante la quale il beneficiario può manifestare le proprie necessità, terminata la quale nomina l’amministratore di sostegno, indicandone le facoltà e gli obblighi. «L’amministratore di sostegno può essere il coniuge o il convivente, i figli e i parenti fino al IV grado – ha sottolineato Giovetti –. Nel caso ci siano delle conflittualità in famiglia, viene nominata una figura “terza”, un avvocato tra quelli che si sono resi disponibili in un apposito elenco a svolgere tale compito».
Una figura, quella dell’amministratore di sostegno, di assoluta garanzia anche in virtù dei controlli stringenti ai quali viene sottoposta. Ogni anno ha l’obbligo di redigere un rendiconto al giudice e in qualsiasi momento il beneficiario e suoi familiari possono palesare le proprie contrarietà riguardo alle decisioni assunte dall’amministratore.
L’incontro con il giudice Giovetti ha sollevato un grande interesse tra gli operatori e i familiari di persone affette da demenza cognitiva degenerativa. Così come è accaduto per tutti gli appuntamenti di Caffè Alzheimer, momenti di incontro-confronto per “avere cura di chi cura”. E Pedemontana Sociale sta già lavorando alla prossima edizione.

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