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ALBA disabili conferenza stampa“Siate realisti, chiedete l'impossibile”. E' questa frase estrapolata dal Caligola di Camus, ma una simile viene attribuita al Che (Guevara, per lo staff notoriamente non sveglissimo del sindaco), che viene in mente quando ci si imbatte in qualche membro dell'associazione di tutela dei diritti dei disabili Alba.

In realtà le cose che queste persone esigerebbero sono possibilissime, e sovente anzi di una semplicità elementare, ma quasi “marziane” se quando raffrontate con la scarsa sensibilità e capacità di performance di molti nostri rappresentanti istituzionali.
Conferenza stampa bella dritta nei denti per Alba: ad uscirne massacrate soprattutto Comune di Parma, Università e Tep. Gli enti in questione, in definitiva, sono accusati di “cazzeggiare” sul tema disabilità e di erogare servizi validi solo ai propri occhi di “bipedi”, come li chiamerebbe la scrittrice Angela Gambirasio.
Al tavolo Carlo Alberto Terzi, Bruna Bucciguerra, Sandro Ceccato e Nicola Perrotta. In platea, ed interverranno, Pietro Stefanini, Franco Salsi, e alcuni esponenti del comitato Leggere Tra le Ruspe.
Sul banco degli imputati finiscono le barriere architettoniche, che non dovrebbero da tempo nemmeno esistere più, e che invece penalizzano pesantemente la vita dei cittadini con disabilità.
“ Le violazioni – attacca subito Carlo Alberto Terzi, in un discorso di cui riportiamo il testuale in coda - non hanno colore politico: credevamo che con le giunte di centro destra si fosse toccato il fondo della disaffezione verso il problema del superamento delle barriere architettoniche e del mancato controllo delle violazioni da parte dei privati, ma dobbiamo constatare che, ad oggi, sotto l’egida penta stellata, nulla è cambiato; anzi!”.
MAL COMUNE...E BASTA: I pezzi di giunta Pizzarotti vengono analizzati dai disabili parmigiani e il quadro che ne esce è davvero poco edificante: essenzialmente un gruppo di persone molto più concentrate ad apparire belle in tv che a compiere azioni efficaci sul tema della disabilità.
Michele Alinovi viene redarguito perché ci ha messo tre anni a definire un Regolamento che in nessun modo costringe Confesercenti e gli Ordini professionali a comportarsi in modo civile rispetto ai disabili. Laura Rossi è ipotizzata essere l'assessore preposto, ma di più non se ne sa, perché molto più impegnata a comparire nei talk show che ad incontrare i disabili, Cristiano Casa per motivi molto simili a quelli di Alinovi ( e quindi per un impegno pari circa a zero nel fare applicare norme di tutela del disabile).
TEP...OSSINO AMMAZZA': la nostra azienda pubblica di trasporto locale è da anni al centro di aspre critiche da parte del mondo disabile. In realtà il tutto assume le sembianze di un buffo balletto: lei che ogni tot anni annuncia misure di inclusione sociale, i disabili che la fissano incavolati esclamando “mo co dit!”.
Esempi? Alcune delle principali associazioni sportive con disabili parmigiane hanno sede o disputano gare al Palazzetto dello Sport. Provate voi (ci provi l'assessore allo Sport Giovanni Marani, visto che ha anche la delega per le politiche giovanili) a prendere il bus (linea 5) dal lato opposto in carrozzina, se ci riuscite: un marciapiede da terzo mondo renderà l'operazione di salita e/o discesa qualcosa di simile ad una puntata di “Fino alla fine del mondo”. Parte della colpa è in capo al Comune di Parma, in effetti “proprietario” di Tep per il 50%.
Non parliamo poi delle pedane! Quelle elettriche vennero presentate dalla Tep targata Liaci anni fa, costarono un botto e furono praticamente inutilizzabili e inutilizzate. Quelle manuali, che certo non rischiano i problemi elettrici delle prime, si sono dimostrate spesso poco agevoli quando non funzionanti. E le lettere di protesta delle “vittime” e di altri utenti stanno a testimoniarlo. La stazione ferroviaria, poi, nuova di pacca, ha dimostrato già da subito la propria concezione discriminatoria nei confronti dei disabili : di tutto il marciapiede dedicato alla salita e discesa solo un punto è dedicato al disabile. Il che ovviamente condiziona l' inclusione sociale del disabile stesso, che viene percepito come “il problema” da un po' tutti gli altri (utenti e dipendenti Tep poco “sensibilizzati”).

Che cosa vuole, in definitiva, il disabile? Che si approntino sistemi che lo rendano un utente come gli altri. Niente di più, niente di meno.
Gli attraversamenti pedonali secondo norma e l'accessibilità nei luoghi pubblici non sono nemmeno lontani dall'essere una realtà: viaggiano più nella dimensione dell'utopia. Nicola Perrotta, poi, è stato protagonista di alcuni episodi surreali per i quali ha chiesto di poter salire su un bus (che stava regolarmente attendendo), il mezzo non era nella possibilità di soddisfare questo suo diritto, e a momenti si becca LUI una denuncia per interruzione di pubblico servizio. In altre occasioni tale accusa è aleggiata sulla testa della Tep. Insomma, un casino.
CARONNA DELL'INCORONATA: anche l'Università, come scrivevamo, “becca sù”, e con essa la supedelegata Emilia Caronna “sempre presente nelle iniziative iconografiche e di imbellettamento, ma poco propensa a incidere sui veri problemi degli studenti disabili alla cui curatela è stata delegata da più di un decennio”.

Quali sono questi problemi? “Quella dell’accesso nel retro (riservato, un tempo, alla servitù e alle persone non altolocate) sembra un principio che fa scuola (quando non sia nel DNA delle persone che lo perpetrino): basta guardare come sono stati trattati i disabili nell’accesso alle aule e agli istituti universitari di via d’Azeglio, con la creazione di ben due accessi nel retro”. Insomma, le istituzioni decisamente impegnate a perpetuare il concetto di stigma, pare di capire. Con una delegata che funge da pompiere. Un quadro che fa pensare e che porge alcuni spunti di riflessione.
VOGLIA DI NORMALITA' : in definitiva, che cosa chiede ALBA? Ascoltando i membri dell'associazione... solo normalità. Quelle cose tipo che un'istituzione rispetti le proprie stesse leggi, che chi deve tutelare i disabili sia concentrato a farlo, che la si pianti di creare continui motivi di “stigma sociale”. La progettazione dei nuovi quartieri, ogni volta che non prevede una gradazione di piani inclinati adatta di fatto perpetua il concetto di barriera architettonica, e preclude l'autonomia del disabile. Quando un autista Tep sbatte forte la pedana, o quando questa addirittura non funziona si ha l'ennesima situazione con il disabile sotto un enorme riflettore. Quando il disabile deve suonare e attendere fuori dal negozio, o farsi aiutare per fare bancomat, lo si mette in una condizione di disuguaglianza sociale. In questa ottica chiedergli di farsi duecento metri “a spinta” con la carrozzina per accedere da un'entrata “dedicata” ad uno spazio pubblico è di fatto discriminarlo.
Perciò alla fine la questione è proprio questa: pretendere che le leggi siano applicate, che il disabile non sia solo un simbolo con cui farsi fotografare possibilmente sotto elezioni, e pretendere che nessuno esiga da lui “che si accontenti”. Come se i suoi diritti fossero “un po' diritti, ma mica del tutto”.
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LA CONFERENZA STAMPA, INTERVENTO DI TERZI:
"Grazie per essere intervenuti.
Confesso con imbarazzo che non si sa da cosa cominciare tanto è consistente il coacervo, purtroppo sistematico, di violazioni, disapplicazioni, pessime interpretazioni (è noto: la legge si applica per i nemici ma si interpreta per gli amici) della legge 13 del 1989 (dalla cui data, dopo l’emanazione, di lì a poco, del regolamento attuativo, non vi dovrebbero essere più nuove barriere e quelle esistenti andrebbero rimosse).
Potremmo partire dai soggetti, citare enti pubblici e privati portatori di interessi parziali; potremmo citare persone pubbliche che spiccano per la loro latitanza; potremmo partire dalle situazioni specifiche citando fatti e circostanze: sicuramente il rischio è quello di un discorso disorganico ma, vi assicuro, pieno di sostanza e di dichiarazioni nessuna delle quali apodittica, essendo tutto dimostrato e/o dimostrabile.
Cominciamo dunque col dire che le violazioni non hanno colore politico: credevamo che con le giunte di centro destra si fosse toccato il fondo della disaffezione verso il problema del superamento delle barriere architettoniche e del mancato controllo delle violazioni da parte dei privati, ma dobbiamo constatare che, ad oggi, sotto l’egida penta stellata, nulla è cambiato; anzi!
Pur con qualche, apparentemente, lodevole sforzo da parte dell’assessore all’urbanistica Alinovi e dei suoi uffici, nulla è cambiato: poco dopo l’insediamento si iniziò a parlare di un nuovo regolamento; dopo tre anni la montagna ha partorito un topolino che, dallo scorso dicembre, non si è ancora sviluppato allo stato di ratto o di ponga, rimanendo alla dimensione del simpatico e inutile roditore: continuano a mancare norme adeguate e la politica dei controlli e dei deterrenti è disastrosa.
Pare sia difficile far digerire agli esercenti e agli ordini professionali ciò che, oltre a un dovere etico, costituisce un obbligo giuridico, e, cioè, superare le barriere almeno in occasione dell’apertura di un nuovo esercizio o nella ristrutturazione dell’esistente.
In questo contesto spicca il silenzio assordante e la singolare latitanza di chi dovrebbe essere in prima fila nella battaglia: v’è un assessore che dovrebbe essere dedicata al ramo, pare che si chiami Rossi ma non siamo certi del cognome perché l’abbiamo incrociata una volta e, poi, è scomparsa (a dire il vero, qualche sera addietro l’abbiamo vista e sentita, in una TV locale, dire che sul fronte delle iniziative per le disabilità tutto va bene).
Poi, v’è anche un assessore alle attività economiche che pare si chiami Casa e dovrebbe essere lo spauracchio per gli esercenti che non rispettino le regole potendo emanare disposizioni che in qualche modo li inducano a qualche momento di resipiscenza, ma non l’abbiamo mai visto neppure nelle circostanze pubbliche in cui, grazie all’azione di Alinovi, si è parlato di problematiche anche di sua competenza.
Tanto per stare sul concreto: in quanti bar avete visto banconi con lo scasso ribassato per consentire al disabile di consumare al banco senza esporsi alla richiesta di sovraprezzo per l’inevitabile servizio al tavolo? Di chi è la competenza in materia se non di quell’assessore che, per onorare il proprio nome, se ne sta a Casa invece di occuparsi di tematiche che lo riguardano specificamente? Quali iniziative politiche ha assunto nei confronti delle associazioni degli esercenti e dei commercianti in materia di disabilità?
Ma per finire con i colori della politica e tornare a questioni più serie e dolorose perché riguardano le fasce deboli della società, non si pensi che la c.d. sinistra abbia comportamenti diversi: di voci che si siano levate a sostenere le posizioni di ALBA non ne abbiamo mai sentite, salvo, in maniera blanda, durante le campagne elettorali!
E, di più, si può dire e ricordare che, quando nel lontano 2002 consegnammo al consigliere di minoranza della TEP Antonio Liaci – in quota di quello che ora si chiama PD, e destinato, di lì a poco, a divenirne segretario – la testa del presidente di nomina ubaldiana della TEP Andrea Costa (inevitabilmente finito, come molti dei nominati ubaldiani, nel triste modo giudiziario che sappiamo) che aveva sperperato 450 milioni di vecchie lire per inservibili pedane per gli autobus, il bravo consigliere di minoranza si guardò bene dal denunciare la cosa e dallo scatenare il polverone, privilegiando evidentemente la poltrona a una inevitabile crisi del c.d.a. dell’azienda pubblica, che avrebbe fatto cadere il presidente ma, anche, il consiglio di cui faceva parte.
Dunque, destra, sinistra, mondo stellato hanno lo stesso atteggiamento: siamo in tutt’altre faccende affaccendati e del superamento delle barriere architettoniche (e, quindi, dei diritti dei cittadini più deboli, riconosciuti persino dalla apposita dichiarazione dell’ONU) ce ne occupiamo a tempo perso, stando bene attenti a non pestare i piedi a nessuno, non ai professionisti che firmano progetti a volte mendaci, non agli imprenditori, men che meno a commercianti e esercenti che, nell’aprire una nuova attività dopo una ristrutturazione, spesso si guardano bene dal garantire l’accessibilità ai disabili.
Non tutti, intendiamoci, ma molti; e, laddove ALBA se ne accorga e li colga in fallo, alla puntuale denuncia al Comune non fa seguito l’attività repressiva necessaria per creare un solido deterrente alle successive violazioni; e, intanto, il disabile, permanente o temporaneo, non può accedere al bar o all’esercizio; anche in questo caso, nulla di indimostrato: basta controllare la caterva di denunce in attesa di risposta depositate in Comune.
Perché, apriamo una parentesi, disabili, in taluni momenti della vita, potremmo esserlo tutti: basta un banale incidente, un femore rotto, una distorsione di un legamento o una seria malattia che ti costringa in carrozzella solamente per qualche tempo, e ti accorgi immediatamente che in certi luoghi non puoi arrivare perché i marciapiedi non sono stati rifatti adeguatamente o sono intasati di auto (ma lo spazio e i soldi per fare righe blu ci sono e c’erano …); provate, ad esempio, a fare un giro verso gli esercizi che fanno da corolla alla Casa di Cura Città di Parma per accorgervi che una carrozzella fa fatica (o non riesce) ad accedere per lo stato dei marciapiedi.
Situazioni simili si vivono in tutte le parti della città è in tutte le situazioni, prima di tutto in quelle che riguardano la mobilità pubblica; senza riandare al passato in cui solamente ALBA denunciò l’inaccessibilità della stazione ferroviaria provvisoria (un provvisorio che durò diversi anni) v’è un punto, in quella nuovissima, in cui si allineano diversi autobus contemporaneamente, ma, ahinoi, una sola pedana, pur larga, atta a garantire l’accessibilità, sicché, qualora vi sia più di un disabile in carrozzella che debba salire su più autobus, e questi siano i primi della fila, gli altri devono aspettare tutto il tempo dell’operazione, invero di qualche minuto, cosicché si forma la coda, sballano tutti gli orari, la gente si inviperisce, dagli al disabile et cetera ceteraque.
Ma v’è di più, all’inaugurazione della nuova fermata della linea 1, la più importante, forse della città, viene da ricordare il sommo poeta del ‘900 nella sua “Bocca di rosa”: “alla stazione c’erano tutti, dal commissario al sagrestano, alla stazione c’erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano”; in effetti, in quell’occasione, ben riportata dai media, c’erano tutti, in pompa magna, tutti i colori dei partiti (che non sono propriamente quelli meravigliosi dell’iride), tutti i pezzi grossi della politica cittadina, in pompa magna chiaramente senza gli occhi rossi, ché, almeno, qualche lacrimuccia sarebbe diventata l’alibi per non essersi accorti che il dislivello fra l’autobus e il marciapiede è tale da impedire l’accesso della carrozzina! Ridicolo!!!
E, vogliamo ricordarlo, sugli autobus debbono poter salire anche le mamme con la carrozzella e le inaccessibilità denunciate valgono anche per loro!
Ci pare di ricordare che, sul tema delle pedane degli autobus, l’unica voce seria che si sia levata sia stata quella del consigliere di minoranza Roberto Ghiretti, eccezione che conferma la regola dell’indifferenza dei più, quando non si tratti di ignavia.
In questo panorama desolante c’è anche qualche lodevole iniziativa, l’unica di matrice dell’assessore ai disabili: nel “progettare per tutti” gestito dal CAAD (ma con la fondamentale presenza di una funzionaria degli uffici dell’assessorato all’urbanistica) si è cercato di travasare (pare, con successo) nei giovani professionisti il verbo della sensibilità e dell’attenzione che talvolta manca ai loro colleghi più anziani e in un’imprenditoria minore che, per recuperare qualche metro quadrato e spendere qualche soldo in meno o con la scusa di progettare qualcosa di bello, costringe i disabili a tortuosi percorsi di accesso agli edifici quando, addirittura, non ne preveda l’accesso nel retro.
Quella dell’accesso nel retro (riservato, un tempo, alla servitù e alle persone non altolocate) sembra un principio che fa scuola (quando non sia nel DNA delle persone che lo perpetrino): basta guardare come sono stati trattati i disabili nell’accesso alle aule e agli istituti universitari di via d’Azeglio, con la creazione di ben due accessi nel retro, per capire quale sia lo spirito che permea l’operato dei magnifici rettori che si sono succeduti (quello attuale non è diverso dal precedente) e della loro super delegata professoressa Caronna, sempre presente nelle iniziative iconografiche e di imbellettamento, ma poco propensa a incidere sui veri problemi degli studenti disabili alla cui curatela è stata delegata da più di un decennio.
L’ingresso di via D’Azeglio (quello delle Torri dei Paolotti, per intenderci) gode di un marciapiede larghissimo e trova l’ostacolo di due banali gradini; non ha alcunché di monumentale (e se qualche sovrintendente – i cui pareri vengono utilizzati spesso come feticcio del non fare – avesse da eccepire, andrebbe spedito in visita a qualche edificio storico dell’Austria, della Germania, della Francia o, senza allontanarsi troppo, dell’Alto Adige) e l’accesso dei disabili potrebbe essere assicurato con poca spesa e molta resa: si va sulla Luna e su Marte e non si è in grado di fare uno scivolino!?!
Ma il rettore (in tutt’altre faccende affaccendato) e la sua delegata, alle rimostranze di ALBA, hanno risposto con una sorta di “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare” che, calato da tanto pulpito, farebbe scompisciare dalle risate se, ancora una volta, a patirne gli effetti discriminatori non fossero i disabili in carrozzella, costretti a sobbarcarsi almeno 200 metri in più di percorso per gli accessi nel retro tanto generosamente riservati dai citati, magnifici interpreti della sensibilità e dell’attenzione.
Avete mai provato a fare duecento metri su una carrozzella non elettrica?!
È più monumentale l’accesso delle Torri dei Paolotti o qualche importante edificio storico religioso, magari del 1200 o giù di lì? A domanda oziosa, risposta ovvia! Infatti, la chiesa ha atteso con grande attenzione al problema dell’accessibilità ai propri edifici di culto, spesso di enorme valore storico monumentale; a uno scarso frequentatore di luoghi religiosi come colui che vi parla risulta che persino la cripta del Duomo sia stata resa accessibile! Possibile che non lo possa essere la sede universitaria di via D’Azeglio?
Qualche esempio per chiudere: sono certe, le nostre istituzioni pubbliche, che tutta la segnaletica verticale sia a misura di disabile? Dobbiamo ricordare che non ci sono solamente i disabili in carrozzella; ci sono anche i non vedenti, che, talvolta, corrono il rischio di trovarsi un cartello stradale nei denti o in faccia; avete mai visto un bancomat accessibile e manovrabile dal disabile in carrozzella? Forse sì, ma si contano sulle dita delle mani!
E, ancora: nelle urbanizzazioni dei nuovi quartieri siamo certi che gli scivoli siano con pendenze inferiori all’8% (e la tendenza dovrebbe essere verso il 5)? È stato risolto ovunque il problema dell’evacuazione dei disabili in caso di incendio in edifici pubblici o in luoghi aperti al pubblico? Domanda da girare alle autorità preposte.
Queste, come decine di altre, irrisolte!
Insomma, il desolante panorama di una città senza amore per i più deboli, sempre pronta a imbellettarsi di parole come petite capitale (di che cosa?) o di città ducale (verissimo, i duchi non avevano molta cura degli inferiori), ma poco attenta ai bisogni veri che emergono dalla società, è agli occhi di tutti e molto altro vi sarebbe da dire (e, ovviamente, da fare da parte di coloro che ne hanno il dovere).
E la considerazione sulla disaffezione verso il problema ci porta alle conclusioni.
Non v’è dubbio che, come per tutti i reati e le omissioni, serva il deterrente, cioè una normativa tale da scoraggiare la violazione: negli altri paesi civili i corrotti vanno in galera perché non v’è indulgenza per chi rubi alla collettività e si arricchisca a sue spese; da noi la corruzione è aumentata a dismisura perché i reati sono stati derubricati sull’onda delle attenuazioni garantiste della seconda parte degli anni novanta e del primo decennio del duemila per le cause e le ragioni che tutti conosciamo: qualcuno non doveva andare in galera o essere condannato in via definitiva; e, laddove non vi sia il deterrente di una severa sanzione penale, si delinque più facilmente, tanto, non si va in galera, il processo dura anni e, poi, scatta la prescrizione!
Figuriamoci per un illecito come la violazione della legge sulle barriere architettoniche, per di più priva di un sistema sanzionatorio solido e efficace!?! Ma, vivaddio, quelle poche sanzioni che abbiamo, applichiamole!!
Purtroppo, queste consistono nella sola denuncia alla procura della repubblica per mendacia delle dichiarazioni nella pratica edilizia, e nel deferimento agli ordini professionali del tecnico che si sia reso colpevole della violazione. Troppo poco, lo riconosciamo e, per di più, molto scomodo: è antipatico, da parte del Comune, denunciare un libero professionista con cui, magari, si è a contatto con frequenza, per una cosa banale come il mancato superamento delle barriere.
Ma, diciamo noi, se ti trovi di fronte a un soggetto, in questo caso una ONLUS, un’associazione che ti denuncia la violazione, come puoi evitare di farlo? Invece, così è, se vi pare! Per cui, per ALBA, Il tempo del dialogo è esaurito: d’ora innanzi, lo ha deciso il consiglio direttivo, denunceremo alla procura della repubblica non tanto la violazione della legge sulle barriere architettoniche (che segnaliamo sempre al Comune competente), quanto il comportamento omissivo del Comune nel non provvedere alle denuncie e ai deferimenti di sua competenza.
Può darsi che la cosa non preoccupi nessuno per le stesse ragioni illustrate più sopra (non vi sono certo conseguenze significative per così poco); ma potrebbe anche trattarsi di qualcosa di molto rognoso perché l’esasperazione cagionata dalla prolungata indifferenza potrebbe favorire comportamenti e iniziative pervicaci e insistite, e, magari l’attenzione di qualche sensibile procuratore della Repubblica".

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