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Ambiente animali pesci rossi in sacchettiQualche delucidazione in merito alla provenienza di molti, non tutti, pesci che ripopolano coi loro variopinti colori i nostri acquari ornamentali. Scriviamo “non tutti” poiché alcuni nascono in cattività, eppure, ogni anno milioni di pesci marini, soprattutto dei mari tropicali, finiscono nelle vasche e negli acquari di Stati Uniti, Giappone ed Europa.

Secondo un rapporto dell’UNEP. La moda (termine che ci risulta sgradito eppure tuttora in moltissimi casi è così) di tenere in casa un acquario per riprodurre un pezzo di reef (barriera corallina) nasce attorno agli anni ’30 nello Sri Lanka, ma sarà a partire dagli anni ’50 del secolo scorso che il mercato da locale diverrà internazionale. Inizialmente il mercato si espanse nelle Filippine e nelle isole Hawai, poi divenne sempre più simile al mercato attuale. Tra il 1997 e il 2002 i principali paesi importatori erano, nell’ordine, USA, Gran Bretagna, Olanda, Francia, Germania, Taiwan, Giappone e Hong Kong, mentre i paesi esportatori erano Filippine, Indonesia, Isole Solomone, Sri Lanka, Australia, Isole Figi, Maldive e Palau. Da allora ad oggi, la situazione non è molto cambiata, anzi, purtroppo è ulteriormente peggiorato lo stato di numerose tra le barriere coralline mondiali. I reef ospitano oltre 4000 specie di pesci e oltre 800 specie di coralli, e la maggioranza si trova in paesi in via di sviluppo, ambienti sui quali gravano moltissimi problemi: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, la pesca, il turismo e il commercio delle specie ornamentali. Tale commercio permette l’entrata di numeroso denaro e consente a moltissime persone di vivere decentemente, decisamente non i nostri aMici pesci, i loro prelievi sconsiderati sono effettuati utilizzando ad esempio cianuro di sodio, che uccide tutti gli esseri viventi nel raggio di molti metri dal punto di immissione (l’avvelenamento da cianuro di sodio determina la morte del pesce anche dopo un mese, esso danneggia fegato e reni, e spesso il povero pesce muore rimanendo con la testa integra, senza nessun cambiamento di colore, ma con il corpo che evidenzia drammaticamente le costole), oppure vengono utilizzati esplosivi (l’onda d’urto danneggia irrimediabilmente tutti i pesci con vescica natatoria, anche nel raggio di centinaia di metri), trappole, pesca long-line (sistema con lunghissimi fili pieni di ami), martelli pneumatici per stanare i pesci che si rifugiano negli anfratti. Chi più fantasia ha, meglio pesca! Vengono distrutte gorgonie e coralli per catturare un solo pesce, e non sono affatto rari i conflitti che si innescano tra operatori turistici e pescatori locali che distruggono ciò che i turisti vorrebbero osservare. In ultimo, la mancata conoscenza sul mantenimento post cattura è ulteriormente responsabile di una mortalità altissima tra i pesci catturati. Il tasso di mortalità durante il trasporto è variabile, ma può raggiungere anche il 100%. I poveri pesci vengono insacchettati in buste di plastica piccolissime, contenenti anche decine di esemplari, con poca acqua e pochissimo ossigeno. Per non parlare dei valori di ammoniaca che salgono alle stelle, provocando la morte di tutti gli esemplari. Attualmente sono stati messi a punto alcuni protocolli per l’allevamento e la riproduzione di specie marine, sia nei paesi occidentali che quelli da cui le specie provengono, ma c’è ancora molto da fare. Alcuni dati provenienti da ricerche UNEP: dei 25 milioni di pesci commercializzati ogni anno, per un totale di quasi 1500 specie, il 50 per cento sono Pomacentridi (pesci pagliaccio ecc), mentre un altro 25-30 per cento è rappresentato da Pomacantidi (pesci angelo ecc), Acanturidi, Chetodontidi, Labridi e Gobidi. Il pesce pagliaccio (Amphiprion ocellaris) è in assoluto la specie maggiormente commercializzata, seguito a ruota da Chromis viridis. Purtroppo sono vendute, complice l’ignoranza di molti acquariofili, anche molte specie assolutamente inadatte alla vita in vasca, come i pesci pulitori, per esempio Labroides dimidiatus e Labroides phtirophagus. Assolutamente inadatte anche le specie Synchiropus splendidus, Chaetodon capistratus e Oxymonacanthus longisrostris. Ma accanto ai pesci, ogni anno sono commercializzati tra i 20 e i 22 milioni di invertebrati marini appartenenti a circa 500 specie diverse (a cui aggiungiamo 140 specie di coralli), soprattutto sclerattinie e madrepore, anemoni, molluschi e gamberetti di tutti i tipi. L’Europa e gli Stati Uniti potrebbero fare davvero molto di più per impedire l’importazione di specie marine. Sarebbe utile introdurre divieti non solo per le specie a rischio ma anche per le specie non protette, molto semplicemente perché la loro cattura comporta danni notevoli non solo agli stessi animali ma agli interi ecosistemi delle barriere coralline. Inoltre, sarebbe molto utile una ulteriore incentivazione all’acquisto di specie riprodotte in cattività. Ad oggi il 90 % delle specie di acqua dolce è riprodotta in cattività, la stessa cosa però non vale per molte delle specie marine. Non vogliamo demonizzare gli appassionati di acquari che probabilmente curano i loro micro ecosistemi nella maniera più consona eppure se la domanda cala anche la cattura cala e se la cattura cala, niente più tratta dei pesci. Informati sempre, per un pensiero cosciente e un altrettanto agito.

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