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ZFoto volantino appartenenzaAppartenere a chi? Appartenere a cosa? Ma se mi basto perché dovrei sentirmi appartenente ad altri? Sono molti gli interrogativi che vengono espressi in merito a questa tematica del senso dell’appartenenza. Appartenere ad un gruppo col quale condividiamo valori, bisogni e desideri può decisamente incidere sulla nostra identità personale in primis e conseguentemente sul nostro senso di riuscita ad affrontare le avversità, non solo perché consapevoli delle nostre risorse ma anche perché convinti che il gruppo, o i gruppi ai quali ci aggreghiamo, ci daranno sostegno e riparo. L’identificazione con il gruppo riduce palesemente l’influenza di una svalutazione sociale, Mouna Bakouri nell’articolo pubblicato sul British Journal of Social Psychology conferma che la connessione con il gruppo ha un effetto “tampone” che attutisce l’impatto stressante degli eventi rafforzandone le capacità di coping degli individui e, aggiunge, che il legame di appartenenza non è esclusivamente quello basato sull’identità collettiva (ad esempio etnica) ma può trovare le sue radici anche nell’identità relazionale basata sui rapporti con famiglia e amici. Questo ci conferma che alla base di una appartenenza sociale si crea una maggiore resilienza anche dinnanzi a limiti strutturali esterni (politici, storici, sociali; esempio eclatante la crisi economica dell’ultimo decennio). In definitiva, il senso di appartenenza è sicuramente un sentimento di fondamentale importanza nella nostra vita quotidiana, un legame che si instaura tra individui coscienti di avere svariati fattori in comune: cultura, intelletto, professione, religione e molto altro ancora. Ma va rimarcato il fatto che un senso di appartenenza troppo “dipendente” può portare le persone a dimenticare la propria identità personale, al punto da entrare in simbiosi con l’altro o gli altri, con una sempre più marcata concezione di un noi verso un loro; una mancanza di confini personali verso l’esterno a cui ci si sente appartenenti e allo stesso tempo una mancata capacità di apertura verso tutto ciò che viene considerato diverso e che estremizzato viene escluso a priori. Ecco che collocarsi in una posizione di frontiera, consapevoli e mai in maniera totalizzante, potrebbe preservare il senso di appartenenza a noi stessi, la nostra identità personale senza lesioni all'autostima, senza sentirsi assorbiti, fagocitati dall’organismo di appartenenza e, soprattutto, ricordando di poter rivendicare i propri bisogni, le proprie aspirazioni intellettuali ed emotive senza sensi di colpa, con la consapevole serenità di poter dire NO a ciò che non sentiamo ci denoti o ci appartenga. Rimanere esterni, quel tanto che basta a conservare la nostra indipendenza di azione e di pensiero, mantenendo integri i nostri giudizi ci indica una appartenenza scelta e non totalizzante. Una collocazione di confine certe volta considerata scomoda, impegnativa, faticosa da sostenere e da difendere, poiché chi decide di far propria l'idea di una “recinzione aperta” corre il rischio di essere considerato come uno che ha l’arroganza di preferire la propria opinione a quella altrui. Evidentemente trattasi di una posizione scomoda anche dal punto di vista emotivo poiché non risparmia sensi di colpa e conflitti interiori. Tuttavia, colui che ha il coraggio di scegliere e utilizza ciò che sceglie per aprire nuove strade, per esplorare nuovi territori, per rinnovarsi e rinnovare, può definitivamente considerarsi libero. Libero di scegliere, libero di rifiutare e libero di appartenere. Parola di Counselor!
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