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ZFoto George CarlinGeorge Carlin, stand-up comedian newyorchese scomparso nel giugno del 2008, scrisse per tutta la vita illuminanti monologhi basati su un’acuta e originale osservazione del quotidiano.

In uno di questi poneva l’attenzione su piccole, sciocche meraviglie in cui tutti quanti abbiamo il piacere di riconoscerci. Chi non ha mai provato la brutale esperienza del penetrante dolore da dose eccessiva di gelato? Chi non ha rischiato di cadere pensando erroneamente che ci fosse un altro gradino alla fine della scala? Il pezzo di Carlin non era solo una straordinaria ed esilarante combinazione di mimica e parole, ma conteneva un sottotesto più che corposo: tutte le cose che abbiamo in comune sono buone per annullare le distanze. Non a caso il monologo era inserito all’inizio dello spettacolo, il momento in cui ridurre il distacco tra lo showman e l’audience, e ancor più tra i singoli spettatori, avrebbe garantito una partecipazione corale durante le successive due ore di esibizione. Il metodo è rigorosamente inclusivo, se pensiamo che ogni ascoltatore è invitato a prendere il suo posto sotto l’ombrello della quotidianità, e non nel segno di una tradizione culturale o di un credo religioso.
Ecco perché ci sentiamo di suggerire, in tema di approccio con gli adolescenti, l’applicazione della stessa modalità e dell’atteggiamento che la ispira.

Invece che affannarci a spiattellare di continuo tutto ciò che li distingue i giovani da noi adulti, osservando più attentamente la realtà potremmo scoprire innumerevoli punti di contatto. A patto di avere sufficiente umiltà per scendere dal ridicolo piedistallo che ci ostiniamo a difendere come fosse un bastione sotto assedio.
Bambini che fumano 1024x737Proviamo con qualche esempio. Il fumo. Con estrema sollecitudine specifichiamo che si sta parlando solo di sigarette, lungi da noi l’intenzione di cagionare crisi isteriche e prematura canizie tra i funzionari dell’Assessorato alle Politiche Giovanili di Parma.

Perché i ragazzi fumano? Alcuni nostalgici – che ritenevamo estinti più o meno in concomitanza con la tigre dai denti a sciabola – si giocano ancora oggi una spiegazione vecchia come i fratelli Lumière: lo vedono nei film. A meno che tra i liceali non sia in corso un inatteso revival del cinema di Humphrey Bogart, scarteremmo questa ipotesi nella vana speranza di non doverla udire mai più. Non meno farneticante è la teoria numero due: imitano gli adulti. Come è universalmente noto, la caratteristica più tipica del comportamento adolescenziale è il bisogno di seguire pedissequamente tutto ciò che fanno genitori, insegnanti, educatori e altri rompiscatole che hanno scollinato gli “anta”. Lasciamo perdere. Perché invece non ci liberiamo dal nostro proverbiale snobismo e non concediamo un po’ di credito ai ragazzi? Forse sono come noi, e fumano per la stessa ragione: sono stressati. La vita non è facile per nessuno, uno studente ha problemi apparentemente meno macroscopici ma possiede anche pochi strumenti per venirne a capo; a questo aggiungiamo che la sua esistenza sta cambiando, tra la tensione delle prime importanti scelte sul proprio futuro e le violente frustate dello sviluppo fisiologico.

Uomo guida cellulareIl cellulare. I ragazzi vivono con lo smartphone inchiodato al palmo della mano. E gli adulti?

Non sappiamo quali ristoranti frequentate voi, di sicuro la nostra esperienza ci dice che è impossibile trovare una pizzeria che non sia costellata di avventori intenti a chattare con qualcun altro, che verosimilmente si trova nel locale accanto. Non hanno quattordici anni, e non sono soli al tavolo, tanto da far emergere il sospetto che abbiano sbagliato amici. Non ci interessa giudicare gli uni o gli altri, ma soltanto ribadire quanto ci somigliamo.
E poi tocca a un luogo comune antico come la civiltà umana. I giovani non hanno voglia di lavorare. E’ uno degli slogan più amati, perché crea un vertiginoso abisso tra due mondi, tutto a favore di quello degli adulti ovviamente. Ma proviamo a essere onesti: chi fa i salti di gioia quando suona la sveglia alzi la mano, ammesso che la camicia di forza glielo consenta. I ruggenti Anni Ottanta sono terminati da un pezzo, forse siamo maturi abbastanza da smettere di fingere che ci piaccia lavorare, fatto salvo chi ha preso troppo alla lettera la “Milano da bere” ingurgitando Negroni per l’equivalente volumetrico della metropoli lombarda, hinterland compreso. L’amore per il lavoro è una menzogna bella e buona che raccontiamo a noi stessi in un trionfo di dissonanza cognitiva.
Quelli menzionati sono pochi esempi, ma le piccole cose che abbiamo in comune sono tante altre, basta tenere gli occhi aperti, abbattere le rigidità mentali e fare i compiti a casa.

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