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ZFoto Schermata del 2018 07 25 01 31 18Due sentenze, quelle espresse dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, che da un lato rimettono dei paletti rispetto alla grave tematica dell’abuso sessuale sui minori da parte di adulti e dall’altra tracciano una strada per il futuro, di fatto impedendo che talune linee interpretative trovino spazio nei tribunali ordinari e nelle corti d’appello dello stivale.

E lo diciamo subito: due dei tribunali “sotto processo” sono quelli di Reggio Emilia e di Bologna (Corte d’Appello).


NESSUN FATTORE CULTURALE GIUSTIFICA UN ABUSO SESSUALE: nella sentenza numero 29613, pubblicata qualche giorno fa, uno spaccato dell’Italia di oggi. A Reggio Emilia, correva l’anno 2010, due maestre vennero sorprese dall’affermazione di un loro bimbo di 5 anni, il quale dichiarò loro che il padre, testualmente, glielo “ciucciava come fosse un biberon”. E accompagnò la frase mimando il gesto con la propria bocca, usando un cucchiaino per rappresentare il proprio acerbo pene.
Ovviamente le maestre denunciarono il tutto, e per tutta risposta vennero minacciate di morte (una, in particolare) dal padre stesso, che inveì nei loro confronti urlando “Hai rovinato la mia famiglia...ti devo vedere sotto terra a te e all’altra”.
Un’organizzazione albanese, Illiria di Roma, minacciò anche di portare la comunità albanese in piazza nei confronti di quello che a loro modo di vedere era un soppruso. Motivo? Bé, lo stesso su cui si impiantò lo schema difensivo: toccare i genitali maschili era una tradizione beneaugurante di talune zone rurali dell’entroterra, in Albania. Il gip Angela Baraldi e il pm Maria Rita Pantani ascoltarono i genitori (la madre accusata di omessa vigilanza) durante l’incidente probatorio e imbastirono il processo, che si tenne in primo grado a Reggio Emilia nel 2012. Destando grande sconcerto nell’intera Procura, arrivò una sorprendente assoluzione. E questo a dispetto della richiesta di condanna a 9 anni per i due, e delle immagini ambientali registrate dai Carabinieri di Reggio, in 25 secondi dei quali si vedeva ben altro rispetto a “carezze beneaugurali”. La Cassazione, riprendendo il perito del tribunale, parla espressamente di “fellationes”.
Il tribunale di Reggio Emilia partì dalla considerazione che non ci fosse dolo generico e che l’atto del padre fosse determinato da un proprio retaggio culturale. Una sentenza “culturalmente orientata”, come si suol dire in ambienti forensi. La Corte d’Appello di Bologna ha confermato successivamente le assoluzioni, il giudice felsineo ritenendo che i gesti andassero connotati come “di affetto e di orgoglio paterno nei confronti del figlio maschio, assolutamente privi di qualsiasi connotazione sessuale e indicati come rispondenti a tradizioni di zone rurali interne dell’Albania, paese di origine degli imputati”. Ha quindi contestato il profilo oggettivo dell’atto, che a suo avviso non aveva alcun significato sessuale.
ZFoto Schermata del 2018 07 25 01 28 42La Cassazione, come detto, ha rimesso dei punti fermi, sulla vicenda. Innanzitutto ha dichiarato entrambe le interpretazioni inadeguate, accogliendo in toto le tesi del Procuratore Generale, che ha per l’appunto fatto ricorso.
I togati del Palazzaccio, come viene comunemente chiamato dai romani l’edificio di piazza Cavour sede della Cassazione, hanno riconosciuto la crescente importanza dei cosiddetti “reati culturalmente orientati”, cioè frutto non tanto di voglia di violazione delle leggi italiane ma di abitudini e mentalità adottate nel paese di origine, ma hanno anche sottolineato come questo non giustifichi una subordinazione della legge italiana (e del suo rispetto) sul nostro territorio nazionale. In altre parole, a nessuno frega nulla se in una determinata regione del mondo è consentito di infibulare una donna: in Italia il corpo della donna è sacro, e chi lo viola contro la sua volontà finisce in galera. Punto, la questione finisce lì.
Oltretutto, sottolineano i magistrati della Terza Sezione Penale, nel caso specifico i genitori non rispettavano né la legge italiana né quella albanese: i molti anni trascorsi in Italia prima dei fatti portano ad escludere la non conoscenza del fatto che succhiare il pene ad un bambino di 5 anni sia contro la legge, in secondo luogo anche in Albania questa pratica sia proibita. La nota, acquisita agli atti, della prefettura di Vlore riferisce una tradizione dell’entroterra per la quale il padre accarezza le parti intime del bambino “esprimendo così gloria della prosperità e continuità della generazione”, ma i magistrati, accogliendo quanto affermato dal consulente del pubblico ministero, hanno fatto notare come “non di mere occasionali carezze si trattava, ma di vere e proprie fellationes”.
La stessa interpretazione soggettivistica della pratica sessuale viene contestata al tribunale ordinario, che non ha tenuto conto di un aspetto di legge che vuole la tutela di chi nello stesso è soggetto passivo, cui deve essere salvaguardato il diritto all’autodeterminazione sessuale.
Altro motivo di censura ha riguardato le minacce subite dalle maestre, completamente sottovalutate dal tribunale ordinario.
Per questi motivi e per altri un po’ più tecnici e lunghi da spiegare, la Cassazione ha accolto i ricorsi della Procura Generale e ha annullato la sentenza di assoluzione, rinviando gli atti alla Corte d’Appello di Bologna, che sarà costretta a seguire le indicazioni vergate dal presidente Elisabetta Rosi.
Chissà che questo non renda giustizia, come minimo, alle due coraggiose maestre, oltre al bambino in questione.

ZFoto Schermata del 2018 07 25 01 35 04SE NON SEI RIUSCITO A SCOPARTI UN “UNDER 14” NON SIGNIFICA CHE TU MERITI LA SOSPENSIONE DELLA PENA: questa seconda sentenza della Terza Sezione Penale della Cassazione, la numero 32170, ha fondamentalmente rigettato il ricorso dei legali difensori di un uomo, condannato a Udine per l’adescamento in chat di due minori di età inferiore ai 14 anni. La sentenza è stata poi in buona sostanza confermata dalla Corte d’Appello di Trieste. La difesa del pedofilo ha puntato tutto sulla differenza di legislazione tra ordinamento nazionale e la Convenzione di Lanzarote ( LEGGI ), nome con cui viene comunemente indicata la “Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali”, cui ha aderito l’Italia.
Essenzialmente il condannato aveva adottato in chat condotte di adescamento nei confronti di due under 14, “divenuti oggetto di attenzioni ripetute da parte dell’imputato che ne aveva carpito la fiducia rivolgendo loro frasi lusinghiere dal palese tenore sessuale, con lo scopo di compiere il reato previsto dall’articolo 609 quater del codice penale”. Il 609 quater è “atti sessuali con minorenne”. Il tentativo non si era concretizzato, e i difensori speravano in una sospensione della pena, se non addirittura nell’annullamento della sentenza ordinaria.
Il punto controverso, la falla del sistema in cui speravano di inserirsi, ha riguardato il reato di adescamento, previsto dalla Convenzione di Lanzarote ma non nell’ordinamento interno. La Cassazione, con considerazioni molto tecniche che sarebbe lungo elencare, ha però rigettato questa tesi, facendo notare che nel momento in cui l’Italia ha aderito alla Convenzione stessa, ha di fatto accolto le clausole della stessa, una di esse (quella oggetto di disquisizione) implicitamente prevista dall’articolo 56 del codice penale. Con l’introduzione dell’articolo 609, poi, si sono volute colpire tutte le condotte di victim selection, friendship forming stage, risk assestment stage e in pratica tutte quelle pratiche che circuiscono un bambino al fine di istaurare con lo stesso un rapporto intimo e confidenziale.
Il ricorso è stato perciò rigettato, e il condannato dovrà, oltreché scontare la pena per come comminata dai giudici, pagare le spese processuali in Corte di Cassazione.

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