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ZFoto volantino haftar 1Come Yasser Arafat, il leader palestinese morto in circostanze mai chiarite nel 2004, anche il generale Khalifa Haftar arriva a Parigi vivo e torna in patria morto. Forse. O forse è solo gravemente malato. Dopo la ridda d’ipotesi e smentite sulla sua fine prematura, e in attesa di conoscere le reali sorti del comandante e leader de facto delle forze armate che controllano la Cirenaica, è opportuno riflettere su alcuni scenari che questo considerevole evento potrebbe comportare per la stabilità del Mediterraneo.
Haftar era appoggiato in primis dall’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi insieme con gli Emirati Arabi Uniti ed era ben introdotto a Mosca non meno che a Parigi (e in una certa qual misura anche a Londra e Washington). Con il venir meno del suo comando, scompare un competitor determinante per la futura leadership del Paese.
Una presenza geopoliticamente pesante la sua, sia pur se pedina di un più grande gioco: solo qualche mese fa, il generale meditava di muovere verso Tripoli con le armi della diplomazia e con quelle delle elezioni promesse a settembre. Ma, in extrema ratio, si sarebbe potuto risolvere per arrivare direttamente con i carri armati.
Forte di accresciuti consensi tanto a Sabratha quanto presso alcune aree della Tripolitania e del Fezzan, l’uomo che aveva quasi in pugno Bengasi, epicentro della ribellione jihadista, aveva lanciato chiaramente un’opa sul governo. Ma i tempi non erano maturi. E di certo adesso è quantomeno tutto da rifare per il suo gruppo dirigente.
Il principale competitor di Haftar, ovvero il debole Fayez Al Serraj, l’uomo sostenuto dall’Onu a parole e dalle milizie di Misurata nei fatti, trae un vantaggio relativo da questa situazione. Perché la sua debolezza strutturale rimane. Serraj infatti non governa Tripoli. La capitale è ostaggio di milizie che si formano e si disfano nel giro di poche settimane e, anziché rappresentare il cuore dell’unità nazionale, la città appare più che altro ripiegata su se stessa, in preda a scontri tra bande armate e pseudo-jihadisti, mentre il suo porto si è trasformato in un covo di criminali stanziali.
Così, da un lato Tripoli è spogliata di vere difese e d’istituzioni credibili; dall’altro Bengasi è una città fantasma, distrutta dalla furia delle bombe che sono servite ad Haftar per avere ragione di Ansar Al Sharia, dello Stato Islamico e di tutte le altre milizie che volevano occupare in ferma permanente la Cirenaica e il Golfo della Sirte.
In un primo momento, a poterne approfittare da un punto di vista principalmente militare potranno essere proprio queste forze, mai domate del tutto.
Ma, soprattutto, nel lungo periodo giocherà un ruolo centrale la Fratellanza musulmana, la cui influenza a livello politico è fortissima tanto in Libia come in Egitto e Tunisia. La Fratellanza, infatti, vorrebbe rappresentare una sintesi tra le frange a vocazione jihadista dell’intera regione, e le forze più moderate della società, come insegna il caso Morsi in Egitto.
Più in generale, è alto il rischio per tutti questi Paesi – ciascuno alle prese con problemi di ordine pubblico e un mal digerito laicismo di governo – di vedersi imporre nuovi protettorati, come il clima da guerra fredda che si respira nel Mediterraneo lascia presagire.
Con il vuoto di potere creatosi, adesso la Libia è perciò quanto mai esposta alle mire internazionali, ma ancor prima ai signori della guerra e al loro incontrollato traffico di esseri umani che, con l’estate in arrivo, potrebbe riesplodere in tutta la sua drammaticità.
In ogni caso, il dato oggettivo è che il Paese (se ancora lo concepiamo come tale) non è più diviso in due. È ormai polverizzato in città stato e micropoteri tribali, alla mercé del primo gruppo dirigente che saprà approfittare dell’occasione ghiotta di rimpiazzare il generale. E, se davvero non fosse morto, bisognerà anche farlo molto in fretta.

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