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Froneri protesta lavoratoriLa Froneri. Il solo parlarne implica l’alzare gli occhi al cielo e lo smorzare delle “madonne” (che poveretta, la madre del Cristo, non è neanche che c’entri particolarmente).

Già, perché lo stabilimento di via Berenini è al centro di annunci di licenziamenti da anni ed anni, sarebbe meglio dire da decenni.
Il motivo? Uno, nessuno, centomila. Ma più che altro la seconda parola: dati alla mano, non c’è un motivo al mondo per licenziare quegli esseri umani. Non sono pigri, non fanno un cattivo prodotto, non si calano in un settore in crisi. Anzi.
Eppure di quando in quando un padronato asettico, ormai impalpabile (le multinazionali quotate in borsa lo sono quasi immancabilmente: non sai letteralmente chi mandare a quel paese), e soprattutto piuttosto disinteressato alla logica, “ci prova”.
Ne abbiamo parlato con una ex dipendente, una lavoratrice che in quell’azienda ci ha passato una vita (nel senso quasi letterale dell’espressione).
“Sono entrata in Italgel che avevo 17 anni – ci racconta, piuttosto incavolata per quella che è stata la “sua” via Bernini -: ho vissuto un lungo periodo nel quale lavorare in quell'azienda mi dava orgoglio, tutti noi si lavorava, tanto, ma eravamo fieri di ciò che veniva prodotto e il successo che otteneva”.
Era la Parma del petto in fuori: la sensazione che pervadeva la nostra amica (più ancora che lettrice) era un po’ la stessa di chi operava in Robuschi pompe a freddo, alla Rossi e Catelli, e in tante aziende di piccole o grandi dimensioni dalle ottime performances e dai rapporti che erano umani anche quando “ruvidi” (che le fabbriche non sono luoghi per filosofi).
Il declino? No, non è di oggi. Non è neanche di pochi anni fa, quando si presidiava per l’ennesima volta il cancello a causa delle decisioni dei vertici.
“Il declino, l'involuzione - ci racconta la nostra amica -, è iniziato proprio nel ‘93, con l'acquisizione da parte di Nestlé. Dopo un inizio apparentemente tranquillo sono iniziati i problemi: persone che andavano in pensione e non venivano sostituite, persone chiamate a trasferirsi a Milano, investimenti e programmi produttivi al ribasso.
Ogni tanto, ogni 2 anni più o meno, la spada di Damocle: “vogliono chiuderci?”, “Sarà vero?” : ad ogni cambio al vertice di quella che noi continuavamo a chiamare Italgel (con grande fastidio di Nestlé), il terrore correva sul filo. Si capiva benissimo dalle scelte che i vertici stessi facevano che prima o poi sarebbe successo”.
Eh sì, una sintesi perfetta del rapporto disarmonico tra il parmigiano della strada, quello che vive la propria città da sempre, e la leadership, che le aziende le hanno vendute a fondi americani, a fondi giapponesi, a multinazionali svizzere e via dicendo: per il lavoratore quel posto è ancora l’Italgel. Quando, ma è il caso di altre aziende, vede arrivare “la proprietà” ai rinnovi contrattuali, si confronta con il figlio del fondatore, e quindi esclude a priori il colpo basso, la carognata, quell’azione che il padre mai e poi mai avrebbe compiuto. Il grande problema dei lavoratori della nostra città è fondamentalmente questo, e lo sa bene chi deve organizzare la “lotta”.
Cosa c’entra con Italgel? C’entra, c’entra. Perché è solo pochi anni fa che è successo quello che la quarantennale dipendente chiama “il clou”.
“Fu quando decisero di trasferire addirittura una linea di produzione all’altro stabilimento di Ferentino. Peccato si trattasse di una produzione dai volumi significativi, quelli della Coppa del Nonno. Grandi progetti, mal gestiti , che non hanno mai visto vera luce: un discorso che si può fare anche per la produzione di Antica Gelateria del Corso per il mercato estero”.
Froneri protesta lavoratori IIMa non solo questo. A penalizzare lo stabilimento sono stati “una diminuzione costante e continua dei volumi prodotti a Parma”, ma anche “investimenti pubblicitari via via più ridotti” e “la mancanza totale del minimo investimento sui macchinari della fabbrica: hanno preferito spostare le produzioni all’estero. Le amministrazioni e persino le buste paga trasferite dove il costo del lavoro era più basso”.
E capiamoci: non è la nostra lettrice ad essere esagerata. Potete chiedere ad un qualsiasi operaio dello stabilimento, e verificare di persona.
Il rilancio dello stabilimento? Bé, se la società continuerà a credere di poter usare lo stabilimento come un kleenex è abbastanza velleitario immaginare che esso possa avvenire.
“ Innanzitutto bisognerebbe riportare qui i volumi sottratti , continuare qui con le produzioni di eccellenza: Antica Gelateria del Corso, e riprendere con vigore la sua vendita all'estero. Rivalutare l'opportunità dello stabilimento al Nord, verso il Nord. Mettendoci cervello e investimenti”.
O in alternativa che si tolgano dai piedi (ma certo come parmigiani sapremo quali marche non comprare, al supermercato), “e trovare un acquirente di fabbrica e risorse umane (non sono rimaste poi tante…) per tentare una trasformazione nell’area food. Siamo o non siamo nella food valley?”.
Non è una ipotesi poi tanto peregrina, a dire il vero: la vecchia Battistero, un tempo in via Emilia Ovest, affrontò una crisi aziendale di una ferocia inaudita, da cui uscì con l’acquisizione da parte del gruppo Esselunga. Stop a panettoni e colombe (“stagioni” che hanno pagato gli studi e acquisto di utilitarie a generazioni intere di parmigiani) e produzione di un “fresco” che va a ruba. Basta entrare in uno dei supermercati per rendersi conto dell’impatto della questione. Perché non percorrere questo sentiero virtuoso anche per l’ex Italgel?
Forse dopo. Solo dopo. Perché? Perché “vale la pena di andare in Prefettura: un documento firmato a fine Luglio dove si dichiara la volontà di mantenere il sito di Parma, non può essere smentito a Settembre. Dopo che hanno chiesto grande sacrificio estivo, fino ad agosto e a settembre. Dopo che sono partiti decine e decine di bilici carichi di gelato, come non si vedevano da anni.Non possiamo davvero farci prendere in giro in questo modo, non è mai successo. E' evidente a tutti che Nestlé ha trovato con una joint venture il modo di far fare il gioco sporco ad altri, che sono stati al gioco, perché sono dei banditi. Qui Nestlé non ha sbagliato le scelte. Sono i lavoratori tutti (non si illudano i pochi impiegati che forse rimangono) che sembra non abbiano più scelta. SEMBRA”.
Mettiamola così: visti i bilanci è probabile che a Vevey, cittadina svizzera in cui ha sede la Nestlè, non vivano con terrore la evantuale brutta figura rimediata in una città di dimensioni medio-piccole come può essere Parma ma...in effetti è più o meno il pensiero che fecero un po’ di anni fa Balbo e Mussolini. E non finì benissimo (per loro).

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