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Patrizia Bonardi primo piano carina rideLa Sirio è la prova vivente che uno come Marchionne del mercato del lavoro non ci ha capito una cippa.
Viviamo anni in cui “la moda” è un precariato che investe (come un tir) persone professionalizzatissime, con master, con questo o quel titolo accademico, e le costringe ad un mercato da fiato sospeso, fatto di “Il contratto? forse verrà rinnovato... mah! Vedremo”.

La Sirio da 30 anni fa esattamente il contrario: dialoga con persone che abbiano incontrato un momento di difficoltà, costruisce assieme a loro un progetto di vita (prima ancora che di lavoro) e le “stabilizza”. Ok, qualche inciampo, qualche cicatrice, ma soprattutto una lunga scia di sfide vinte, di resurrezioni tutt'altro che retoriche e metaforiche.
E gli stessi lavoratori, alcuni con un passato complesso, altri gravati da forme di disabilità, non se lo sono fatti nella maggior parte dei casi ripetere due volte: hanno colto la palla al balzo e sono ripartiti con le proprie vite.
Cooperativa sociale “discarica dei rifiuti”? Col cavolo! Chi lo pensa (o lo scrive) ha dei notevoli problemi di comprendonio. La Sirio è protagonista di una delle raccolte differenziate meglio riuscite d'Italia, e i suoi addetti hanno saputo tamponare silenziosamente tante cacchiate combinate da chi ha buttato sul piatto una differenziata che di puntuale aveva solo la bolletta. Mesi a "limare" il sistema, ad ascoltare i cittadini, a modificare pazientemente il protocollo di lavoro. E' grazie a questa working class hero se la città ha saputo fronteggiare il passaggio di sistema.
Patrizia Bonardi ci accoglie nel proprio ufficio con la consueta gentilezza: sono tutti “bolliti” dai preparativi per il trentennale, i cui festeggiamenti si dipaneranno in più eventi che seguiremo puntualmente, ma lo dissimulano alla grande.

 

Iren differenziata camion raccolta“ Sirio? Fai un salto indietro, a trent'anni fa. Ovunque tu fossi trent'anni fa, immagina una Parma di allora, passionale ed emozionante rispetto ad alcuni temi. Una Parma in cui si sviluppavano delle energie che sono sfociate in alcune esperienze: noi siamo una di quelle. Nasciamo da Mario Tommasini come illuminazione di pensiero, come esperienza cui poi qualcuno ha dato delle gambe, ha dato concretezza. Tu pensa che Mario pensava di portare i detenuti dal carcere qui, e non c'erano le leggi che normavano tutta la cooperazione e le pene alternative. Marcella Saccani è stata successivamente una grande interprete di questo pensiero: direi che quello che oggi Sirio ha nel proprio Dna lo deve a Marcella e a Mario stesso, avendo dato alla cooperativa regole importanti e passione vera. Un'impronta di realtà, un'eredità sana che ho potuto raccogliere. Siamo un termometro del sociale? Sì. Stiamo offrendo un'opportunità a persone che trent'anni fa non ce l'avevano: persone cinquantenni improvvisamente senza lavoro, trentenni che hanno la mamma invalida, una disperazione totale. E quindi noi, nel nostro piccolo mondo che si autointerroga ed evolve, abbiamo effettivamente aiutato chi aveva un problema”.
La nostra città sta vivendo una fase storica strana: da un lato un continuo ed eccessivo richiamo ai propri “capi storici”, per cui gira gente che fa discorsi “Tommasini, Tommasini, Tommasini, Tommasini, Tommasini...”, e dall'altro il proliferare di chi sostiene che “Parma non è mai stata un'isola felice” (forse per schivare l'onere e la responsabilità di esserne all'altezza). GUARDA LA PRIMA PARTE DELLA VIDEOINTERVISTA A PATRIZIA BONARDI

 

ZFoto Sirio spettacolo auditorium“ Sono entrambe situazioni sbagliate: non si può straparlare di Mario, infilandolo in ogni dove, come però non si può ignorarne la figura. Io penso che riconsegnare un pensiero, una modalità, un approccio con la politica, con il territorio e con la realtà di una responsabilità sulle cose e verso le persone: ecco, noi abbiamo provato a fare questo pezzo qua. Ci abbiamo provato come investimento, come ricerca: assieme alla Fondazione, interrogandoci sull'esperienza di Mario, abbiamo deciso di aprirci per tramandare l'esperienza ai ragazzi. Un ragazzo viene qui da noi, e arriva con un sacco di idee confuse, con un sacco di telegiornali sulle spalle, di informazioni sbagliate sul detenuto: escono dalla cooperativa che sono i più grandi amici dei nostri operatori ecologici, dei quali non sanno comunque la provenienza, visto che qui dentro non conta più. Consegnare questo ai giovani d'oggi significa insegnargli che una persona vale per quello che ella è nel momento in cui tu sei in relazione. E si riparte da lì. Noi siamo qui a testimoniare che un modo di fare il detenuto in modo differente è possibile. Fare un lavoro vero è possibile. Vivere della dignità di un lavoro, che tra parentesi ti mette all'avanguardia in un argomento di cui tutti parlano, relativo ad un sistema di cui parla tutta Italia. Il pensiero di Mario quindi non può essere mutato, trasformato, ma deve essere consegnato. Proporrò di intitolare una strada a Mario Tommasini”.
GUARDA IL PROSEQUIO DELL'INTERVISTA
Una strada a Mario Tommasini, ma che bella idea! Onestamente in questa città ne vediamo intitolare un po' a qualunque cosa, suona strano che dal 2006 ad oggi nessuno ci abbia pensato. A dire il vero, visto che sognare è gratis, forse una piazza darebbe più il senso di agorà che quel comunista atipico ha per tutta una vita cercato.
Con un sorriso ci ha accolti, con un sorriso ci congeda: Giuseppe La Pietra, altro pezzo di Sirio, la fissa perché c'è del lavoro da portare avanti. Mario Tommasini, effettivamente, più che raccontarlo lo si fa.

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