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Montagna appennino panoramaQualche giorno fa è stato l'anniversario di una delle più grandi tragedie del secondo dopo guerra, il Vajont.
Link Spettacolo di Paolini ( https://www.youtube.com/watch? )

Per le nuove generazioni credo che non significhi nulla: provate a chiederlo ad un ventenne, semplicemente non sa cosa sia successo. Io ne ho sentito parlare fin da piccolo, così come sentivo parlare delle disgrazie che porta una guerra, un po’ come se la tradizione orale potesse in un qualche modo proteggerci dagli errori che l'uomo ha fatto nel passato.
E questo è quello che cerco di fare quando porto in giro le persone in Appennino, mostrando le frane, spiegandone la genesi e descrivendo se possibile le cause e cosa è stato perso.
Casaselvatica, Monte Cervellino, Chiastre, ogni luogo una pugnalata al cuore, e più ci penso e più mi rendo conto, che dopo l'abbandono della montagna di quella prima, la mia generazione possa definirsi "figlia del dissesto", intendendolo non soloin senso economico e sociale.. ma anche idrogeologico.
Saper leggere le ferite lungo i crinali è facile, meno facile riuscire a trasformare queste ferite in moniti e lezioni da imparare. Guardando i tanti paesi e casolari su frane che prima o poi riprenderanno il loro cammino capisci che l'uomo e soprattutto l'interesse economico ha la memoria molto corta.
Siamo un paradosso, foriamo come gruviere i nostri monti instabili per andare in due ore dalla pianura più inquinata d'Europa, a stagnetti radioattivi che chiamiamo "mare" per stare come sardine sul bagnasciuga figo di Forte dei Marmi.
E siamo così coglioni che saltiamo a piè pari i borghi, i sentieri, le zone più belle.. zone che a partire dagli anni 60' hanno subito uno spopolamento irrefrenabile che ha causato con l'abbandono della cura di prati, boschi, fiumi, canali moltissimi problemi di dissesto idrogeologico e riversando nelle periferie milioni di persone che hanno popolato quartieri che in confronto il Bronx era Mirabilandia, dissesto sociale.
Strana equazione quella che lega il dissesto idrogeologico delle zone montane a quello sociale di milioni di persone finite a vivere in casermoni di cemento armato dove cadere nell'eroina tra anni 70 e 80 capitava a molti ragazzi. Adesso è cambiata solo una cosa, probabilmente: nei casermoni ci son finiti "gli altri" quelli arrivati dopo, non da monti e campagna, ma da oltre mare. Invece di cercare di ripetere le dinamiche che hanno falcidiato luoghi e persone si punta il dito.
E la montanga? Continua a franare, attraversata da moto ai 200 all'ora... e ad essere sforacchiata qua e la per ferrovie, gallerie, gasdotti ecc..ecc..
Il giorno in cui si tornerà a vedere la montagna come un luogo e non la matrice di opere infrastrutturali o scenografia di sfondo di "un cammino" ricominceremo ad avere risorse per viverci, curare boschi, campi, torrenti, canali e riscoprire che è possibile vivere in sicurezza e non sopravvivere malgrado le frane. Lo dicono i numeri: se avete voglia date una letta ai censimenti dei primi del novecento delle zone appenniniche dell'Emilia Romagna, fate una ricerca sugli studi di tipo archeologico, storico testimoniale dei vari comuni. Rimarrete stupiti di cos'era la montagna prima del "progresso". Così come rimane stupito un montanaro che torna sui monti dopo tanti anni e vede il cambiamento irrenefrenabile che gli ultimi 50 anni hanno impresso nella geomorfologia del territorio.
Questo va raccontato, condiviso, tramandato.
E qualcuno che ci prova ancora c'è.
In montagna, si resiste.

« Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir. »
Link versione degli Ustmamò di "Siamo i ribelli della montagna"  https://www.youtube.com/watch?   

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