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Ambiente animali combattimento galli cock fighting 8Partiamo dal presupposto che in natura, i galli maschi e non solo i galli, lottano spesso per il territorio o per l’accoppiamento ma di rado in maniera mortale.

Tra le tantissime razze avicole esistenti al mondo, ci sono anche quelle denominate per l’appunto “combattenti”: il Combattente Indiano, il Vecchio Combattente Inglese e il Combattente Malese, allevate oggigiorno come razze considerate ornamentali nella maggior parte dei paesi cosiddetti civilizzati, dove il combattimento tra galli è evidentemente vietato (già dalla prima metà del 1800) poiché considerata una pratica cruenta, inutile ed illegale. Nell’antichità questa pratica crudele, non di rado ha assunto anche valenze ritualistiche e religiose, trasformandosi poi in un “gioco” a solo favore del guadagno derivante dalle relative scommesse ad esso associate. Le testimonianze storiche ci narrano dell’esistenza della pratica del combattimento tra galli già nell’antica Persia (4000 a.C.), tra le popolazioni della valle dell’Indo (3300 a.C.-1500 a.C.) e in India (1000 a.C.). Secondo la Encyclopædia Britannica, il combattimento tra galli era un’attività molto popolare anche nell’antica Cina e altri paese asiatici. Insomma, è stato per secoli il passatempo preferito degli antichi in Cambogia e a Gerusalemme poi introdotto anche nell’Antica Grecia (524 a.C.– 460 a.C.). Negli scavi di Pompei venne ritrovato un mosaico raffigurante un combattimento tra galli esposto ancora oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nonostante l’opposizione del clero cristiano, la pratica dei combattimenti tra galli si è poi diffusa in tutta Europa; divenne popolare nei Paesi Bassi, in Italia, Germania, Spagna e nelle sue colonie, e in tutta l’Inghilterra, il Galles e la Scozia, diventando, tra il XVI ed il XIX secolo, uno degli spettacoli più in voga tra l’aristocrazia inglese, al punto da venir considerato uno sport da signori rispettabili. Come per molte attività del colonialismo, dall’Inghilterra, i britannici esportarono i combattimenti tra galli anche nelle loro colonie americane facendo si che tale pratica si diffuse poi nell’intero continente. La crudeltà di questa pratica sta sia nel fatto che il combattimento provoca nei galli ferite e traumi che spesso portano gli stessi animali alla morte, sia nella metodologia di allevamento e addestramento impiegata, che condiziona fortemente sia l’indole sia la fisicità degli animali. In molti casi i tarsi (gli speroncini) dei galli vengono addirittura “armati” con speroni in acciaio o in osso molto taglienti, una barbarie che non dovrebbe più essere tollerata da alcun governo al mondo. Eppure, laddove questa pratica è ancora consentita, il combattimento tra galli è gestito come un vero e proprio incontro di boxe con scommesse. I due galli vengono messi l’uno di fronte all’altro all’interno di una specie di ring da combattimento, armati con speroni di circa 4, 5 o 6 cm. L’incontro viene condotto da un arbitro/giudice fino a quando uno dei due animali non soccombe, talvolta vengono rispettate delle regole che permettono in qualsiasi momento il ritiro di un gallo gravemente ferito. In alcuni casi le regole del combattimento fissano un limite di tempo per ogni round. In tutti i casi la decisione dell’arbitro/giudice è la legge assoluta, anche per quanto riguarda la conduzione delle scommesse. Risalgono a metà del XIX secolo le prime leggi emanate che proibivano il combattimento tra galli negli Stati Uniti (Massachusetts, 1836) e nel 1949 nel Regno Unito, nonostante ciò, anche dopo l’emanazione di queste leggi, i combattimenti sono rimasti clandestinamente attivi per lungo tempo. Ancora oggi tale pratica è consentita in Nicaragua, Venezuela, Colombia, Ecuador, Francia (Mouchin, Nord della Francia al confine con il Belgio, alla luce del sole), Messico, Repubblica Dominicana, Filippine, Perù, Panama, Porto Rico, Spagna (ma solo in Andalusia e Canarie), Saipan e Guam; in questi paesi ancora esistono i gallodromi. In Italia il combattimento tra galli è stato vietato con la Legge n. 189/2004 (“Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate”); la legge prevede la reclusione per chiunque organizzi o promuova spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali, nonché per chi cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche. La stranezza dell’uomo sta nel fatto che nei paesi in cui ancora il combattimento tra galli non è stato dichiarato fuorilegge (vedi l’elenco sopra citato), al fine di perpetuarne lo svolgimento, viene spesso utilizzata la motivazione di conservazione della tradizione culturale e religiosa. A causa della evidente crudeltà che caratterizza tali combattimenti tra galli, essi sono vietati anche negli Stati Uniti, anche se uno degli ultimi casi scoperti a riguardo è avvenuto nella città di Modesto in California (2016), dove sono stati trovati 50 galli morti gettati in una fossa vicino il luogo dove avvenivano i combattimenti clandestini tra galli. L’organizzazione Harvest Home Animal Sanctuary, insieme alle autorità preposte, ha salvato e preso in custodia i 300 galli trovati esanimi ma ancora vivi. Lo sceriffo della Contea di Stanislaus ha dichiarato sul profilo Facebook del dipartimento: “Quando siamo intervenuti su segnalazione di persone che si occupano di contrastare i combattimenti sui cani (tematica che a breve tratteremo qui nei giovedì di Rosso Vivo), abbiamo scoperto una grande operazione di combattimenti tra galli e siamo riusciti ad arrestare 20 persone.” La nostra speranza, come sempre mentre ci documentiamo per scrivere questi articoli è che una sempre maggiore consapevolezza e sensibilità superi qualsiasi obsoleta motivazione (religiosa, culturale, ludica, macabra) proibendone lo svolgimento ovunque nel mondo a titolo definitivo.

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