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Bambino ricompense in denaroIl tipo di rapporto che abbiamo con il denaro non è questione semplice da affrontare e da accettare. Spesso ci identifichiamo nel denaro e in maniera inconsapevole diamo ad esso lo stesso valore che diamo a noi stessi. In soldoni, il denaro ci dice molto di noi.

Che sia indispensabile, utile e che faccia comodo avere un conto corrente bancario in positivo anziché in rosso, sono senza ombra di dubbio tutte verità del tutto indiscutibili e comprovate a livello individuale e sociale, eppure esso è anche una mera energia, è il valore che diamo alle cose, è ciò che ci permette di acquistare qualcosa o qualcos’altro, quindi ci rende liberi di scegliere. Molti di noi fanno ad esempio fanno fatica a farsi riconoscere le proprie prestazioni professionali, credono di chiedere troppo e questo perché, molto probabilmente hanno un valore poco alto delle loro potenzialità. E cos’altro è questo valore personale che ci attribuiamo se non autostima? Molte ricerche sociali ed antropologiche hanno dimostrato negli anni che le persone con maggiore difficoltà con il denaro sono quelle che hanno bassa autostima e non credono in loro stesse. Persone profondamente convinte di non meritare qualcosa di valore, di non meritare una vita ricca e appagante, non solo dal punto di vista economico, anche da quello relazione, sociale e culturale. Spesso trattasi di persone che sono cresciute con delle credenze familiari ben radicate riguardo al fatto che: il denaro è “sporco” oppure riservato a pochi privilegiati baciati dalla dea bendata. Cambiando la visione che abbiamo di noi, iniziando ad imparare a togliere i cosiddetti blocchi profondi che minano le nostre competenze, potremmo iniziare a ricevere o almeno ad avvicinarci a ciò che meritiamo veramente. Entriamo nello specifico degli studi effettuati in merito a tale dualismo: Goldberg e Lewis (1978) suggerirono, negli ormai lontani anni 70/80 che il denaro si rapporta alle emozioni per quattro ragioni: rappresenta la sicurezza, rappresenta il potere, può essere considerato un sostituto affettivo e comporta sentore di libertà di scelta. Recentemente vi è un crescente interesse per i valori sociali ed emotivi collegati al denaro, appresi nei rapporti familiari durante l’infanzia (Mumford e Weeks 2003). Inoltre, si tende a ritenere, in quest’era, che i comportamenti nei confronti del denaro non siano comportamenti isolati, ma facciano parte integrante della persona nel suo complesso: le persone che risparmiano ad esempio possono avere tendenza a “risparmiare” anche i complimenti, le manifestazioni di affetto; altre persone pensano che il denaro equivalga all’amore, nel senso che la quantità di denaro speso per una persona debba essere proporzionale alla quantità di amore che se ne riceverà in cambio. Infine, molti studi hanno messo in luce le differenze di genere nell’uso del denaro a causa di stereotipie più o meno veritiere di tipo sociale, come ad esempio il fatto che le donne guadagnano meno soldi rispetto agli uomini, che più spesso degli uomini sperimentano lunghi periodi di dipendenza finanziaria da altre persone e altri “miti” simili. Un recentissimo studio (Furnham et al. 2015) condotto in Europa durante il periodo di crisi economica, ha utilizzato un ampio campione della popolazione per indagare le differenze di sesso sulle credenze relative al denaro e relativi comportamenti. Ad esempio: il fattore generosità, o associazione del denaro con l’amore (ci si riferisce dunque al regalare, al comprare per un’altra persona, in segno di affetto e di amicizia) ha ottenuto punteggi, nelle donne, molto più elevati rispetto al punteggio maschile, poiché pare sia emerso che lo shopping fatto per ragioni affettive sia gratificante per le donne, tanto che si è parlato di “terapia dello spendere”. Per gli uomini invece, molto più che per le donne, il denaro sembra rappresentare senso di potere e di libertà e la concreta possibilità di raggiungere gli obiettivi desiderati. Ora, che siamo più o meno inclini ad uno dei pre-giudizi stereotipati confermati da tale ricerca, chiediamoci davvero se l’essere formica o cicala sia una scelta del tutto consapevole o se invece vi siano dei retaggi familiari ed educativi dietro a tutto ciò e quanto davvero diamo valore a noi stessi in quanto meritevoli di ricchezze: economiche, relazionali, emotive, creative, culturali. Una risposta la troveremo certamente se impariamo a soffermarci nell’ascoltare noi stessi e le nostre emozioni. Parola di Counselor!
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