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Donna a piedi nudiFranca: “Mi creda, io non sona mai stata felice. Vedo gli altri felici per mille motivi eppure a me non capita mai di esserlo. Forse pretendo troppo? Forse ho un target troppo elevato di aspettative? Mi dica Lei dottoressa.” Non di rado sento affermazioni simili a quella di Franca che pare abbia la fervida idea che la felicità non dipenda da lei, con il rischio di sentirsi incapace e di rimanere in attesa di un qualcosa di “fatato” che non sarà mai per come lo aveva davvero sognato. E se dicessi a Franca e a tutti noi che la felicità è concretamente una competenza da imparare e da costruire pezzetto dopo pezzetto, partendo dallo sviluppare una forte componente emozionale? Quando parliamo della felicità non dobbiamo dimenticare che stiamo innanzitutto discorrendo di uno stato d’animo, uno stato umorale, appartenente più al mondo delle passioni che non a quello della logica razionale. Ecco perché per provare felicità ci vuole soprattutto una grande competenza emotiva, legata alla capacità di gustare le emozioni della vita. Evidentemente la felicità non si sposa di buon grado con i nostri atteggiamenti di autocommiserazione e vittimismo, con i quali, tra le altre cose, ci lamentiamo con noi stessi e con gli altri, rinforzando il problema e facendo attrito nei confronti di ciò che sta accadendo. Martha Medeiros scrisse: ”Lentamente muore chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna”. Posso asserire che l’autocommiserazione è uno tra i peggiori nemici di noi stessi e spesso viene camuffata dalla maschera della vittima che gioca anche il ruolo di carnefice, assegnando a qualcun altro, senza assunzione alcuna di responsabilità, il ruolo di “salvatore” ma di fatto, strumentalizzandolo per raggiungere i propri scopi. Il “gioco” che molto spesso si innesca è che quando l’altro si ribella o tenta di abbandonare la partita (e prima o poi capita), la vittima lo accusa di essere il carnefice facendolo sentire in colpa per aver rinunciato al ruolo di salvificatore, alimentando così ancora di più il proprio copione vittimistico. Un vero duello all’ultimo sangue. Vittimizzare, spesso e volentieri equivale a vivere la propria vita in maniera passiva. Proiettando fuori ciò che non funziona, rifiutiamo ogni attribuzione di responsabilità della situazione che si è venuta a creare o piuttosto abbiamo la mancanza di volontà di metterci in discussione e riconoscere i nostri errori. L’incapacità di guardare dentro di noi ciò che non funziona, insieme al grande investimento di energia nell’atteggiamento negativo, non determina solo lo status quo della situazione presente ma produce un rafforzamento del problema. Ecco che pensiamo e ci rapportiamo agli altri con un atteggiamento “pesante”, carico di risentimento e negatività impedendo così la risoluzione della situazione esterna e anche l’evoluzione e la maturazione della nostra persona. Per intenderci: lamentarsi sporadicamente per una giornata faticosa, un incidente di percorso non calcolato e simili, offre molto spesso una momentanea valvola di sfogo ad un vissuto negativo che genera disagio e malessere.

Donna vittimismo cronicoIl problema si presenta nel momento in cui, lagnarsi, diventa una modalità costante e una reazione abituale alle circostanze esterne, rischiando, oltremodo, di innescare nella nostra mente una serie di pensieri negativi capaci di intrappolarla in un circolo vizioso che si autoalimenta, svuotandola di energie e bloccando le nostre risorse personali (ricorda che la mente mente). La vita ci propone quotidianamente delle sfide, più o meno grandi che difficilmente scegliamo e che spesso non possiamo evitare, possiamo però tentare di smettere di resistere a ciò che ci sta accadendo, accettando i nostri limiti e promuovendo le risorse che ci consentono di tollerare ciò che non è nel nostro potenziale poter mutare. Poi vi sono le cose che invece possiamo affrontare con una attitudine, una prospettiva verso noi stessi, gli altri e la vita del tutto nuove e differenti. Imparare a controllare la nostra emotività, non facendoci da essa travolgere bensì spostare il nostro focus sulle possibili soluzioni anziché sul fallimento e la perdita. La nostra mente è fortemente condizionata a restare invischiata nel problema e nella sofferenza, continuando così a creare dolore e realtà negative. Spostando invece il nostro punto di osservazione potremmo guardare alla difficoltà del momento come ad un’opportunità di migliorare una parte di noi e accrescere il nostro potenziale. Riflettiamoci, ascoltiamoci, perché dentro di noi possiamo trovare le risorse necessarie ad affrontare la sfida e a maturare ad un livello più alto. Non sempre sarà semplice, ma è l’unico modo per vivere attivamente il cambiamento e i momenti di difficoltà che si presenteranno, senza farci totalmente ed eternamente travolgere da essi. Proviamo a ri-cercare in noi stessi un atteggiamento che ci sia di sostegno utilizzando tutta la determinazione che possediamo e che già in passato, a ben pensarci, abbiamo già incontrato e della quale abbiamo beneficiato, per trasformare ciò che, molte volte, deve inevitabilmente essere trasformato. In ultima battuta, ricordiamo anche di imparare a chieder l’appoggio degli altri, amici, parente, rete sociale tutta ed eventualmente un professionista, senza per questo sentirci deboli, falliti o perdenti. Noi ne valiamo la pena sempre. Parola di Counselor!
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