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Bambino il re nudoLe questioni gravi si affrontano con la dovuta attenzione, e di sicuro il tema dell’integrazione pesa come un macigno. Da bambino, la prima volta che ti imbatti in una palla medica in palestra sai per certo che sarà meglio non giocarci a pallavolo.

E’ una nozione che conosci istintivamente, oppure ne fai tesoro subito dopo avere sperimentato il bagher più doloroso della storia del polso umano. Comunque lo sai, è questo che conta. Ecco perché i nostri impareggiabili amministratori hanno optato per un utilizzo alternativo, nonché più consono al loro rango: il golf. Ormai da parecchio tempo si accaniscono sulla pesante sfera con legni, ferri e putter, ma quella non vuole saperne di spostarsi. Anche ammesso che si riesca a rimuoverla dalla sua posizione, dubitiamo che alla fine della corsa entrerà in buca. Il tema dell’integrazione, con tutto il peso di riflessioni e conseguenze sociali che si porta dietro, è quella palla medica. E qualcuno non ha proprio capito come si usa.
Proseguendo nella metafora, se conoscessimo le qualità e gli scopi della palla medica, eviteremmo di sballottarla e passarla di mano in mano restandone inevitabilmente schiacciati. Un attrezzo di riabilitazione, potenziamento e resistenza non si presta granché alla mera esibizione sportiva. Ma soprattutto la palla medica non ha bisogno di lanci, prese, colpi o movimenti bruschi. Al contrario, dà il suo meglio quando si muove poco e lentamente, e noi ci limitiamo ad assecondarla. Ogni volta che in ambito giovanile sentiamo le parole “progetto di integrazione” ci coglie la nitida visione di qualche tizio che cerca di smuovere un masso percuotendolo con un ramoscello. Poco lontano, una claque ben addomesticata confusa tra la folla: “Ehi, l’ho visto muoversi! - Si è spostato visibilmente! - Miracolo!”.
Noi abbiamo la netta impressione che le magre frustate dei progetti di integrazione non cambino alcunché. Non stiamo parlando dei piani atti a determinare o facilitare l’inserimento di un elemento sociale nuovo, come un gruppo di richiedenti asilo. Questo è un lavoro serio, impegnativo e prezioso, e non a caso parecchi amministratori se la danno a gambe di fronte alla parola “accoglienza”. Qui ci occupiamo di quelle deprimenti operazioni interculturali indirizzate agli adolescenti e destinate a produrre lo stesso effetto del tizio che, inchiodato al muro dei suoi pregiudizi, tenta di svicolare con l’evergreen: “Figurati che ho anche un amico gay”.
Chi non se ne va in giro con le fette di Gazzetta sugli occhi riesce a notare che i contesti naturali d’integrazione per bambini e giovani sono vivi e vegeti, nonostante gli immani sforzi per frustrarli. A cominciare da nidi e materne, le scuole e i percorsi formativi sono un costante laboratorio di mescolanza dove s’impara a convivere con il melting pot di culture e dove si conosce da vicino la disabilità. I centri pomeridiani dedicati a bambini e adolescenti mostrano un lato civico pulsante, fatto di relazioni quotidiane difficili ma intense, fatto di amicizie trasversali e conflitti stimolanti. La strada contribuisce con i suoi muretti, gradini e marciapiedi, quei luoghi la cui occupazione è ritenuta degradante da alcuni deprimenti fanatici della ghettizzazione. Il campo di quartiere accoglie chiunque abbia un pallone senza storcere il naso di fronte a qualche parola in arabo o in albanese. Anche un bar può essere virtuoso e costituire un contesto costruttivo, ma può ugualmente rappresentare l’opposto: è un esercizio commerciale, e di per sé genera una prima esclusione selettiva. Si partecipa se si consuma. Un’amministrazione avveduta correrebbe a investire su scuola, centri d’aggregazione e strada, coprendo un ventaglio completo di situazioni dalla strutturata formalità dell’apprendimento istituzionale alla piena informalità del quartiere.
In che cosa consiste questo investimento? In un impegno semplice quanto impagabile: esserci. Gli educatori più svegli sarebbero pronti a stare lì dove succedono le cose: nelle aule o per la strada. Per facilitare qualcosa che sta già accadendo, per mettersi in gioco e integrarsi essi stessi – per primi – condividendo con umiltà le proprie esperienze e la propria personalità. Per manovrare con attenzione la palla medica. Purtroppo “esserci” non è argomento in grado di riempire un modulo di analisi finale o l’articolo di un quotidiano. Meglio ostinarsi a proporre eventi e laboratori che sottolineano le diversità senza considerarle una risorsa, e non riducono le distanze di una virgola, ma in compenso attraggono l’approvazione dei media, che – come dice James Coburn in “The Second Civil War” (Joe Dante, 1997) – “è sempre meglio averli in casa che pisciano fuori che averli fuori che pisciano in casa”.
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