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Lutto AddioPartire dal presupposto che dare una connotazione di “evento modificabile se solo avessimo fatto, detto, deciso..” non ci è di grande aiuto, accettando, anche se con molta resistenza, l’irrimediabilità dell’accaduto può permetterci di riorganizzare i nostri cuori in frantumi. Purtroppo, il dolore del lutto si differenzia da quello provocato ad ogni altro tipo di perdita per intensità e per la sua totale definitività, alla quale non è possibile rimediare in alcuna maniera (Pangrazzi, 1991); lutto comporta, quindi, la necessità, in prima istanza di accettare la perdita. L’accettazione è un processo che, per definizione, implica la tendenza al rifiuto, intendendo con rifiuto il desiderio del soggetto di credere che la perdita non si sia verificata (Perdighe, Mancini, 2010). Trattasi sempre di un processo impegnativo da dover affrontare e superare, a prescindere dagli eventi che hanno determinato la perdita e dal soggetto spirato. Abbiamo già altrove evidenziato quanti possano essere le innumerevoli situazioni di lutto: di un genitore, del proprio partner, di un amico, del proprio animale domestico ma lutto è anche una separazione, un divorzio, un licenziamento o il dover abbandonare le proprie mura casalinghe a causa di una calamità naturale o per un trasloco definitivo. Ovviamente i livelli di intensità variano in maniera soggettiva da persona a persona, dal vissuto individuale e dal legame di attaccamento avuto con l’oggetto o il soggetto del lutto stesso. Il processo di elaborazione viene, solitamente, suddiviso in quattro fasi. Non si tratta di una suddivisione rigida e le caratteristiche di una fase possono, di frequente, ripresentarsi anche nelle fasi successive. Nella prima fase può manifestarsi uno stato cosiddetto di calma apparente, determinata dalla negazione della realtà e dalla soppressione delle emozioni; questo stato potrebbe avere fine solo nell’atto in cui la persona che ha subito la perdita si sentirà in una situazione abbastanza sicura da potersi lasciare andare emotivamente. Nella seconda fase, si potrebbe sperimentare la rabbia, con una mera ricerca fisica dell’oggetto perduto (il soggetto spera che la persona amata e perduta ritorni) e una ricerca cosiddetta psicologica (si rimuginano in modo ossessivo gli eventi che hanno condotto al distacco). Si verifica spesso che si speri di poter ritrovare chi si è perso, agendo come se la perdita non fosse mai avvenuta; si tratta di una dinamica finalizzata a negare la realtà, troppo dolorosa da accettare. In un secondo momento, quando comincerà a farsi strada la consapevolezza dell’inevitabilità del distacco, potrà subentrare la collera per l’abbandono subito; la rabbia è fondamentale per la ristrutturazione interna della persona che ha subito la perdita. La terza fase comporta disorientamento, vuoto, solitudine: la perdita sottrae, insieme alla persona amata, il legame affettivo con la persona perduta. L’ultima fase è caratterizzata da una scarica emotiva utile all’accettazione di qualcosa che non si può modificare. Non si può far altro che accettare la sensazione di vuoto, di solitudine estrema o il desiderio di piangere quasi in maniera ininterrotta, tutte sensazioni sane, normali e utili ad elaborare ed esternare il proprio vissuto interiore, da non confondere affatto come espressività di una patologia. Tentare di rimuovere il dolore, soffocandolo negli impegni quotidiani o evitando di parlarne potrebbe essere una strategia non sempre adeguata. Le complicazioni del processo di accettazione del lutto potrebbero nascere nel momento in cui si tratterà la perdita come una questione ancora aperta, suscettibile di cambiamento. Evidentemente vi sono dei fattori che potrebbero incidere sulla mancata accettazione della perdita e quindi della mancata capacità elaborativa dello stesso. La gravità: tanto più la perdita è significativa tanto più comprometterà la realizzazione riuscita di proseguire nella quotidianità; la mancanza di sostegno sociale: non avere una rete di aiuto parentale, amicale, significa non avere persone che possano fornire supporto, una spalla su cui piangere il proprio dolore e sostituirsi, almeno parzialmente, alla persona perduta, oltre al potersi avvalere del sostegno di “altri significativi” con cui parlare della perdita e di non sentirsi giudicati in tal senso (spesso capita, nei casi di perdita di animali domestici considerati meri membri della famiglia, di non sentirsi a proprio agio nel poter sfogare il proprio dolore per paura di venir soggiogati o non compresi). In conclusione, il passaggio “canonico” tra le fasi di elaborazione o le difficoltà possibili e riscontrabili sono essenzialmente una mappa che non descrive il singolo territorio di ognuno di noi, ecco perché il rispetto del dolore, delle diverse credenze culturali che spesso affrontano ed elaborano la morte con tutt’altre modalità rispetto a quella considerata ad hoc, e della specificità dell’individuo stesso sono fondamentali. Come fondamentale resta, a parer mio, accompagnare le persone in un momento così delicato, con un occhio alle risorse personali e alla cultura familiare e sociale di provenienza e appartenenza. Non è detto, ad esempio, che “piangere” o “deprimersi” sia un passaggio sempre obbligato, così come spesso accade che non si arrivi mai alla fase di accettazione, senza per questo che il lutto resti irrisolto e che si debba intervenire per paura di conseguenze o intoppi futuri nel benessere psicofisico della persona. Non mi resta che condividere una meravigliosa citazione di F. Kafka: “quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.” Parola di Counselor!
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