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Lavoro ristorazioneLavorare a Parma. Voglio rassicurare tutti, il lavoro a Parma c’è. Eccome se c’è. Se poi consideriamo il settore della ristorazione, abbiamo tantissimi posti disponibili, anche in nero! Oggi, parliamo di Anna, una studentessa che, come tanti altri ragazzi, cercava di pagarsi gli studi universitari lavorando in un ristorante. Cosa che comunissima a molti giovani e meno giovani, che magari potrenno riconoscersi un po’ in questa storia.

Anna, vent’anni, lavorava in un noto locale della provincia per cinque sere a settimana a partire dalle ore 18e30. Sapeva fare sia la cameriera che la barista, a seconda delle necessità. Era essenzialmente un lavoro di memoria, attenzione e velocità: bisognava sempre avere chiaro a che punto fosse ogni tavolo, ricordare sommariamente le ordinazioni e, ovviamente tenere tutto il più pulito possibile. Il locale era in genere molto frequentato, e pieno di clienti all’inverosimile durante il weekend. Anche gli altri camerieri erano tutti ragazzi giovanissimi, e proprio come lei per lo più studenti. Anna ormai, era lì da quasi un anno e riceveva il suo compenso ogni domenica: una paga di circa 30 euro a sera. Lavorando cinque giorni a settimana poteva arrivare a prendere 600 euro mensili. Poteva... Si, perché questa cifra non era certo garantita. Poteva capitare che alcune volte il locale avesse pochi clienti, per esempio: in quei casi la paga scendeva. Oppure poteva capitare un ritardo, un’assenza per una malattia, tutti fattori che inesorabilmente abbassavano la cifra. Quindi diciamo, 600 euro mensili se non c’erano imprevisti. Ovviamente le ore in più non venivano conteggiate, per cui conveniva essere il più veloci possibile e sperare che dopo una certa ora non arrivasse più nessuno. Inoltre, era bene non essere visti dal capo nel caso si ricevesse una mancia da un cliente. Il ricambio di personale date queste condizioni era piuttosto frequente. I ragazzi di solito lavoravano lì qualche mese, magari d’estate e poi se ne andavano.
Anna ormai si era ormai abituata ai ritmi frenetici, alla confusione e al carattere irascibile del proprietario. Un uomo che urlava e urlava per qualunque cosa, anche la più banale. Spesso riprendeva i ragazzi anche davanti a qualche cliente. Era il classico titolare che nel locale non faceva nulla, se non stare alla cassa o camminare nervosamente per la cucina mettendo pressione. Spesso, venivano a cena dei suoi amici, i quali dovevano avere la priorità sempre e comunque. In quei casi il proprietario si sedeva pure lui, e doveva essere servito dai suoi stessi camerieri. Un fatto che Anna trovava decisamente insopportabile. La giovane comunque, si limitava a fare il suo lavoro cercando di creare meno problemi possibili. Un giorno però il capo cominciò a chiedere ad Anna maggiore disponibilità, ad esempio per alcuni aventi a pranzo. Lei accettò per necessità economica e quindi cominciò a trascurare alcune lezioni per lavorare di più. Iniziò per lei, un tran tran piuttosto faticoso: le lezioni al mattino, poi il lavoro a mezzogiorno, il pomeriggio di studio e poi di nuovo al ristorante. Anna lo fece per mesi.
Un giorno però, forse proprio a causa della stanchezza, ebbe un piccolo incidente in auto e dovette mettere il collare. Il capo era furibondo, non la voleva in quelle condizioni, faceva sfigurare il locale.
Le intimò di togliere il collare. Anna rifiutò e per “punizione” venne mandata a pulire i bagni. Questo prima di servire a tavola. Il giorno successivo tornò nuovamente al lavoro e il capo le ribadì nuovamente di rimuoverlo. Non una parola su come stesse, sull’incidente. No, solo urla di quante fosse imbarazzante averla in servizio in quello stato. La ragazza educatamente disse che avrebbe dovuto tenere il collare per una settimana, non poteva farci niente. Anche perché comunque il collo le faceva piuttosto male.
Il proprietario cominciò a urlarle addosso, a dirle che così non le serviva a niente, che metteva in imbarazzo i clienti e basta. Lei quella sera lavorò. Fu una serata orribile, condita da urla e offese ogni volta che tornava da un tavolo e non solo. Cominciò a prenderla in giro davanti ai clienti, a scusarsi con loro per lei con fare imbarazzato (…e imbarazzante). Iniziò anche a dirle che il suo lavoro non era più produttivo come una volta, perché lei preferiva studiare e questo la rendeva meno disponibile verso le esigenze sue e del locale. Ad un certo punto Anna decise che poteva bastare. Fece un bel sorriso, si tolse il grembiule e se ne andò. Per sempre. Il capo la rincorse urlando, mettendo in imbarazzo se stesso questa volta. Anna continuò gli studi e fece tanti altri piccoli lavoretti sia in nero che non, per pagare la retta dell’università. Tutto sommato era contenta di avere la forza e la capacità di fare tutto e, questo, le dette la motivazione necessaria per finire gli studi e laurearsi. La dottoressa Anna oggi è una ricercatrice, sottopagata come gli altri, ma felice di fare ciò che ama.

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