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Lavoro codice a barre fugaQuesta è una storia come tante, purtroppo non una bella storia. Giovanni è un ragazzo di 35 anni che per paura di essere riconosciuto ha sfogato le sue emozioni in un blog, firmandosi così.

Per lui la sofferenza è tale da non riuscire ancora a parlarne, se non in forma scritta. Giovanni infatti soffre di depressione, ansia e attacchi di panico. E’ consapevole di aver bisogno di un sostegno psicologico, ma data la sua attuale condizione di disoccupato la cosa risulta difficile.

L’obiettivo di un lavoro stabile
Tutto cominciò nel 2003 quando Giovanni venne assunto come tirocinante in una grande azienda elettronica con la mansione di addetto alle vendite. Fino ad allora non aveva mai trovato un vero lavoro, ma solo impieghi molto brevi alternati a lunghi periodi di disoccupazione. Adesso invece si trovava in un’azienda molto conosciuta e le sue prospettive stavano migliorando. Giovanni nonostante fosse completamente estraneo al settore vendite, in poco tempo si appassionò al contatto con la clientela, frequentò numerosi corsi e divenne bravo nel suo mestiere. Al termine del periodo di tirocinio venne assunto a tempo indeterminato. “Fu il giorno più bello della mia vita” si legge nel blog. Giovanni poteva ora pensare alla sua indipendenza, a formare una famiglia con la sua compagna: finalmente la disoccupazione non sarebbe più stato un pensiero fisso nella sua mente. Non poteva prevedere che poco dopo, qualcosa avrebbe stravolto la sua vita.

Una malattia invalidante, ma ho un lavoro fisso!
L’estate successiva durante le due settimane di ferie (le sue prime ferie…), Giovanni cominciò ad avvertire uno strano prurito all’occhio destro. Ben presto al prurito si aggiunse una lacrimazione inarrestabile e comparvero anche dei dolori fortissimi, tali da costringerlo a tenere l’occhio chiuso. L’oculista diagnosticò una cheratite herpetica, un virus simile a quello labiale ma che attacca la cornea. Cominciarono per Giovanni due anni di sofferenze continue, tutti i giorni con questo problema, ma egli era appassionato al suo lavoro e quindi proseguì nonostante le difficoltà e il calo della vista. Spese interi stipendi per cure e visite specialistiche ma il virus si risvegliava sempre, perciò le ricadute erano continue. Spesso i dolori erano talmente insopportabili da impedirgli di camminare. ovviamente anche la guida gli era impossibile. Giovanni veniva sempre accompagnato da un familiare. Col tempo il suo carattere solare stava cominciando a spegnersi. La voglia di uscire con gli amici, di praticare i suoi hobby pian piano vennero meno, e si spezzò anche il legame con la sua compagna. Nessuno svago, nessun progetto, adesso rimaneva solo quel lavoro che aveva tanto aspettato.

Un' azienda molto comprensiva

Giovanni ovviamente non poteva più di tanto nascondere quell’occhio malato e il calo della vista. Ben presto l’atteggiamento dei suoi colleghi cambiò. Il direttore nonostante fosse a conoscenza del problema lo tolse dal banco vendite e lo mandò sempre più spesso a lavorare in magazzino. Giovanni non aveva più i “requisiti” per fare ciò per cui era stato addestrato, ovvero parlare con i clienti e illustrare le caratteristiche dei vari prodotti. Quell’occhio bendato lo rendeva molto più utile in magazzino ad imballare televisori. Era stato demansionato, rimosso da ciò che amava di più e messo a fare lavori fisici per lo più in solitudine.
Nonostante questo, Giovanni non si perse d’animo. Prima o poi la malattia sarebbe passata e avrebbe riavuto il suo posto, pensava. Ma non fu così: altri giovani vennero addestrati per quella mansione. Lui invece, venne lasciato lì in magazzino, ogni tanto veniva mandato insieme a qualche collega a fare le consegne a domicilio. Ma si trattò di un’eventualità piuttosto rara e comunque anche in quel caso si doveva limitare a scaricare i prodotti. I rapporti con i colleghi divennero lentamente sempre più freddi e alla fine si interruppero del tutto. Giovanni, entrato in quell’azienda per stare a contatto con la clientela, aveva finito per lavorare in solitaria, nascosto al pubblico. Anche le pause ormai le passava da solo. La cheratite erpetica non era contagiosa, lo aveva spiegato, ma probabilmente nessuno ci credeva. Questo adesso era il suo quotidiano, accompagnato al lavoro come un invalido, demansionato ed evitato.

L’unica soluzione, il licenziamento
Giovanni durò due anni prima di gettare la spugna. Si licenziò senza preavviso. Ormai andava a lavorare col batticuore, non mangiava, non dormiva. Era diventato un uomo impaurito, silenzioso. Sempre a testa bassa, incapace di accettare la situazione e troppo debole per pensare di ribellarsi. Alla fine cedette alla disperazione.

“Anche oggi che finalmente l’occhio va meglio, quel lavoro non c’è più. Sono punto e capo, a 35 anni. Di nuovo agenzie, di nuovo a fare domande su domande. L’incubo della disoccupazione mi ha di nuovo risucchiato. Ho pensato di mettermi in proprio ma tutti me lo sconsigliano. Sto annegando nella disperazione, quel mare che torna sempre a bagnarmi.. che non mi lascia! Non so se definirli episodi di mobbing o di sfiga, ma credetemi, quello che ho passato non lo auguro a nessuno. Non ce la faccio più”
Giovanni

Permettetemi una riflessione. Com’è possibile che un posto di lavoro “sicuro” possa distruggere l’integrità psicologica di una persona? Un demansionamento per motivi “estetici” che ha determinato l’isolamento non solo dal contatto col cliente ma anche dai colleghi stessi, nessuno dei quali si è dissociato. Come può essere che nessuno abbia interrotto questa catena? Forse cresciamo in un ambiente talmente malato da farci percepire come normali cose inaccettabili. E’ lo stato delle cose. Ritengo però che lo stato delle cose con un minimo sforzo mentale, potrebbe anche essere modificato, soprattutto in casi come questo.

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