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Stampanti 3DOggi parliamo di celenterati. No, di mustelidi. No, di artropodi. Non vorrei avere sbagliato riunione.
Le classificazioni sono straordinariamente utili se si vuole fare ordine mentale e scegliere in che direzione muovere la propria ricerca, a patto che siano realizzate con rigore logico e metodo scientifico. Ma quando si distoglie l’attenzione da zoologia e botanica per osservare la Commedia Umana, si ha come la sensazione che le categorie costituiscano una gabbia con sbarre d’acciaio e scarsa visuale verso l’esterno. Costringere le persone a stare dentro una rigida classificazione per avvicinarsi scientificamente ai fenomeni sociali può avere un senso per una manciata di ore, ma – come un LeBron James costretto a indossare un paio di mocassini numero 38 – l’oggetto della nostra ricerca non vede l’ora di liberarsi con estremo sollievo delle scomode imposizioni.
Eppure ci ostiniamo a utilizzare dei cassetti concettuali in cui infilare a forza bambini, giovani e adulti come fossero calzini.

A dire il vero, già da qualche anno si assiste al miracolo della moltiplicazione delle categorie umane, un fenomeno che non ha nulla di divino se non l’ego di chi ne trae profitto. Cerchiamo di spiegare alcune ragioni su cui si regge questo sistema.
Chi ha studiato con attenzione la mitologia del socio-educativo sa che esiste una spaventosa creatura, di fronte alla quale persino i peggiori incubi dell’universo letterario lovecraftiano se la danno a gambe. Questo mostro spietato e ripugnante ha tre teste – che chiameremo per comodità Conferenza, Seminario e Convegno Formativo – ma sfortunatamente non è dotata di altrettanti cervelli pensanti; secondo la leggenda, la Bestia immonda possiede pure parecchie cavità addominali e una fame insaziabile. Grazie ad una semplice calcolatrice, possiamo scoprire che – moltiplicando le categorie umane – aumentano proporzionalmente gli esperti ben pagati e le occasioni per metterli a concionare da un podio. Tanto per fare un esempio, perché parlare di infanzia quando possiamo architettare una serie di appuntamenti dedicati ai bambini da 0 a 3 anni e poi fare cassa di nuovo con la fascia 3-6? Già che abbiamo la calcolatrice in mano, possiamo determinare altri due risultati rilevanti: il calo di pubblico seriamente interessato a questi eventi – il flop della recente rassegna “La città dei giovani” lo dimostra – e la sottrazione di fondi pubblici ai servizi educativi (per questa somma suggeriamo l’impiego di un calcolatore della NASA).
Si parlava di esperti: fingersi competenti è un altro dei lodevoli scopi per cui le categorie spuntano come funghi dopo un acquazzone. Nell’era Vignali, sbandierare la distinzione tra teen e young era molto di moda. Il vocabolario esterofilo serve tendenzialmente a dare l’impressione di aver letto qualche libro e di averci pure capito qualcosa, ma soprattutto distrae la platea dal vuoto pneumatico dei concetti che si stanno esprimendo. Nemmeno in piena amministrazione Pizzarotti si disdegna qualche anglicismo, siamo pur sempre nell’epoca del web e delle start-up. Ma l’apparente ritorno alla semplicità impone un linguaggio più consono al popolo bue, di conseguenza non è raro cogliere locuzioni come “giovani adolescenti”, che già per Flaubert (“Dizionario dei luoghi comuni”) era uno sciocco pleonasmo buono solo per fare bella figura durante un evento pubblico; di solito è abbinato a “giovani adulti”, un patetico ossimoro utile per esibire progetti rivolti ai giovani anche quando sono un palese insuccesso.
Questo progetto è rivolto ai giovani.
Ehm, io vedo solo dei tizi tra i 35 e i 40 anni, e se li portano pure male.
Sono giovani adulti, ignorante!
La frammentazione delle tematiche e il proliferare di esperti iper-specializzati farà anche aumentare il PIL, ma condanna a morte la visione d’insieme sulle dinamiche sociali. Per costruire una scala possiamo chiamare un architetto, oppure rivolgerci a un team di esperti che vanno dal genio del feng shui al laureato in fenomenologia del corrimano, e assumere tanti architetti quanti sono i gradini previsti. Fate voi. Ah, c’è anche una terza ipotesi, e temiamo che possa essere la prossima, inesorabile scelta: rinunciamo a costruire la scala.

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