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ZFoto serata su mandolinoNella non distante Modena opera da anni un'associazione dedicata a uno degli strumenti italiani dalle tradizioni più antiche: il mandolino.

L'Ensemble Mandolinistico Estense è attivo fin dal 1997, e cura diverse attività, dalle tradizionali lezioni di strumento all'attività orchestrale, arrivando fino all'ideazione di una programmazione musicale che va da settembre ad aprile. La direzione artistica della rassegna è del Maestro Roberto Palumbo e, come recita il titolo, vede “protagonista il mandolino”.
Sabato 14 gennaio un treno mi ha portato nel centro di Modena; lungo il corso principale della città si trova il prestigioso Collegio San Carlo. All'interno del palazzo, in un delizioso teatrino settecentesco, ci sarebbe stato un recital dei maestri Fabio Menditto e Ugo Orlandi. I mandolinisti di estrazione classica non sono molti; tra essi, Menditto e Orlandi sono certo tra i più rappresentativi. Orlandi è stato docente di mandolino presso il Conservatorio Pollini di Padova, dove ha formato talenti indiscussi come Carlo Aonzo e Avi Avital; anche Menditto è stato suo allievo, e oggi è a sua volta docente presso il conservatorio di Napoli, attività a cui affianca quella di concertista.
Il concerto di sabato a Modena aveva una particolarità: non sarebbero stati suonati dei mandolini napoletani, quelli a otto cori di corde doppie che sono oggi i più diffusi, bensì dei mandolini a sei ordini. Strumenti certo desueti, ma che tra il XVII e il XIV secolo hanno conosciuto una certa diffusione. Il nome “mandolino”, o “mandola”, era infatti una sorta di nome generico riservato agli strumenti a plettro che avessero una tessitura soprana. I mandolini usati per l'esibizione erano del tipo milanese, con corde in budello (oggi sintetico), strumenti dal suono più ovattato e dolce rispetto allo squillo del mandolino napoletano. Inoltre, per l'esecuzione di alcuni brani, il maestro Orlandi si è avvalso dell'uso di una mandola in realtà ben poco antica, che ha con ironia definito “uno strumentaccio”. La mandola in questione era di foggia irlandese, a fondo piatto; il maestro le aveva montato una muta di corde singole in budello sintetico. Perché questa scelta? “Perché alcune delle composizioni eseguite”, spiega Orlandi, “prevedono l'uso di uno strumento basso accanto al mandolino, ma della famiglia del mandolino a sei ordini non è pervenuta fino a noi testimonianza dello strumento basso”. Insomma, se accanto al mandolino napoletano troviamo la mandola e il mandoloncello, la stessa cosa non avviene per il mandolino milanese. I musicisti si sono quindi ingegnati a trovare un modo per dare alle composizioni un suono simile a quella che era l'intenzione degli autori.
Il pubblico presente ha quindi avuto l'occasione di vedere e ascoltare strumenti che di rado fanno la loro comparsa su un palco; il programma ha visto brani di Pietro gaetano Boni, Francesco Piccone, Cristofaro Signorelli, Giovanni Battista Sammartini, Johann Konrad Schlik (tedesco operante in Italia, la cui moglie, Regina Strinasacchi, era stata allieva di Vivaldi ed era una virtuosa del violino, capace di maneggiare anche il mandolino) e Alessandro Rolla (direttore della Scala, che aveva tra le fila dell'orchestra alcuni tra i maggiori mandolinisti della sua epoca, che naturalmente nell'orchestra usavano altri strumenti).
Modena non è così lontana: invitiamo pertanto i parmigiani a consultare il sito dell'Ensemble Mandolinistico Estense ( www.mandolinoestense.it ), dove troveranno un dettagliato programma delle attività future. L'appuntamento più vicino è quello del 28 gennaio, che vedrà protagonista il raro liuto cantabile (un mandoloncello a cinque cori, dal suono caldo e profondo), suonato da Fabio Giudice, che sarà accompagnato al pianoforte da Maria Paola Ruffini.

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