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Foto Paolo Schianchi chitarristaIl secondo week-end del Festival del Prosciutto, tradizionalmente, è un po' più intimo, quello che i langhiranesi dedicano a sé stessi. Tanto il primo ( LEGGI ) è sontuoso, sgargiante, popolato di “vip”, tanto il secondo è raccolto, verrebbe da dire quasi familiare.
A dominarlo, a parte l'immancabile chiacchierata con i piedi sotto il tavolo, due eventi principali: la presenza del comico di Zelig e Colorado Giancarlo Barbara, che si è esibito nell'area dell' Asd Langhiranese, e poco prima dello stesso, quella di Paolo Schianchi, che ha letteralmente lasciato tutti a bocca aperta nella piazza antistante al Comune.
Un'esibizione, quella dell'artista, partecipatissima: non passava uno spillo. Ora, se consideriamo che lo stesso ha iniziato il proprio show con musiche di Johann Sebastian Bach, c'è di che restare piacevolmente colpiti.
Lui, musicista eclettico, sa affabulare facendo precedere le esecuzioni con chicche che alternano cultura e curiosità, ed il risultato è decisamente accattivante.
E poi c'è lei, la “multichitarra” a 49 corde costruita con il liutaio italo-argentino Carlos Roberto Michelutti: è attraverso essa che Paolo introduce il pubblico in nuove frontiere del suono. Mentre picchetta sul manico di una delle tre chitarre principali magari arpeggia con quella laterale. Va visto, va ascoltato: il gioco di mani è uno spettacolo nello spettacolo.
Scoppia a ridere, Paolo, quando gli facciamo notare che, visti i trend culturali imperanti (con rispetto parlando, The Kolors, La Rua, Metrò e via dicendo), è straordinario vedere accorrere tanta gente per vederlo eseguire Bach.
“ Io lo so benissimo, perché accorre tanta gente – ci risponde -: noi abbiamo un patrimonio musicale, una umanità, una bellezza sconfinata. Io scherzando dico che siamo passati da Cristoforo Colombo a Schettino, però è vero: tante persone si sono dimenticate che abbiamo tanta grande musica, e quando la ascoltano non ci credono, che è così bella”.
“Un aspetto di te che mi ha da tempo incuriosito è la tua tendenza a cambiare frequentemente proposta. Normalmente i musicisti vivono queste variazioni con ansia, chiedendosi quale reazione avrà il pubblico. Tu?”.
“ Negli Stati Uniti – ribatte scherzoso il musicista – questo concerto dura due ore e mezzo, e anche qui in Italia la gente commenta con un “cavolo, è sembrato molto corto”. In ciò complice è il fatto di viaggiare molto nel mondo della musica, ma questo è frutto di pura curiosità. E' difficile da spiegare, ma quando hai a che fare con buona musica non conta più se è jazz, classica o altro”.
Insomma, spaziare come estensione concettuale tra un buono e l'altro: l'importante è che lo sia per davvero.
Paolo ha citato en passant gli Stati Uniti. In effetti è anche questo fattore a renderlo particolarmente affascinante: l'artista ad un certo punto della propria vita ha riempito il trolley ed è volato via, direzione Pennsylvania e dintorni (con numerose apparizioni a New York). Effetto paradosso è che è quasi più conosciuto al di là dell' Atlantico che nella propria terra, Parma. Sono quelle stranezze da cervelli in fuga che solo noi italiani riusciamo a regalarci.
“ Mh! Sì, io sono cresciuto musicalmente negli Stati Uniti, ma sono proprio “pramzan” nel senso che sono proprio di questa città. E' vero che dal lato musicale il posto in cui suono di più è là, non c'è proprio proporzione, anche in termini di soddisfazione. Non è, temo, solo la mia storia: molti colleghi come me sono usciti, e tante cose sono accadute. Alcuni hanno avuto anche carriere incredibili, e sono rimasti là a vivere. Non tutti hanno i mezzi per fare questo, perché c'è anche una questione di “visti”. Io ho avuto la fortuna di poter vivere là quando sono stato assunto dall'Università là. Effettivamente questo fenomeno c'è, ed io stesso l'ho vissuto sulla pelle, questo fatto di andare. Alla fine però quello che fa la differenza, secondo me, non è se sei stato in tv o all'estero, ma ciò che può passare attraverso la musica. Anche se, e questo va detto, fare delle esperienze all'estero è fondamentale, perché ti apre la mente, vedi in altri paesi come le cose funzionano, e impari. E' un arricchimento, e lo è anche tornare nel nostro paese e dire “guardate che si può anche fare così, quella cosa”. Ecco perché io ci voglio portare anche i miei studenti, a suonare all'estero”.
Parola magica, “studenti”. Nella performance di Paolo sono molto, molto responsabilizzati, ed alla fine salgono con lui a suonare. Paolo Schianchi è, infatti, anche un professore del nostro liceo musicale, l' Attilio Bertolucci. A questo punto ci starebbe bene un collegamento con la precarietà della condizione contrattuale e delle menti che rientrano dall'estero, ma per una volta ve la risparmiamo. Diciamo solo che Paolo non ha per quanto il valore meriterebbe.
“ Sei molto didattico anche nei concerti, e coinvolgi i ragazzi nelle esecuzioni: è anche questo essere un musicista? E' trasmettere il sapere musicale?”.
“ Io lo vivo come un dovere, perché come dicevi tu all'inizio di questa intervista , attraversiamo un momento culturalmente molto complicato. Non solo in Italia, intendiamoci. Certamente in Italia brucia di più, perché è un paese con una ricchezza spaventosa dal punto di vista artistico e culturale, ed è assurdo notare come proprio gli Stati Uniti non abbiano la storia che abbiamo noi, o come minimo ne hanno una molto diversa, ma quello che hanno lo valutano in modo straordinario. Questo ci insegna che prima di lamentarci per come viene tenuto un museo occorre conoscere. Tante volte un ragazzo non ha esattamente colpa se ascolta solo certe cose e non altre, perché tante volte le seconde non sa neanche che esistono, e qualcuno gliele deve far conoscere. E' per questo che tante volte mi sento quasi in dovere di dire qualche cosa sul secondo tipo di musiche”.
L'intervista, GUARDA LA VERSIONE INTEGRALE, termina un po' come è iniziata, con delle risate. Fissando Paolo che si congeda e va per l'appunto dai suoi ragazzi, non è possibile non riflettere sui tanti motivi per cui in questa nazione a dirigere il settore culturale sono spesso dei piccoli burocrati o delle cariche ornamentali, e non quegli individui, rari e straordinari, baciati dal genio e dall'estro artistico. Il nostro declino nasce anche nell'etica delle scelte, e in modo alquanto curioso è un innocuo concerto con 49 corde sul palco, a ricordarcelo.

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