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Foto Francesco Guccini“Piccola storia ignobile” è un brano minore di Francesco Guccini, posto in apertura dell'album “Via Paolo Fabbri 43”. Un disco di Guccini che inizia con una linea di basso presa pari pari da “Walk on the wild side” di Lou Reed è una di quelle cose che non ti aspetti: eppure “Piccola storia ignobile” si apre proprio così. Ma è solo una citazione, anzi solo un ammiccamento. La canzone si evolve lungo linee melodiche che nulla hanno a che vedere con il pezzo di Lou Reed, e sorprende con armonie un po' “storte”, insolite per la linearità compositiva del Maestrone.
Durante l'adolescenza ho considerato la canzone noiosa e didascalica. Avevo letto che il tema della canzone era l'aborto. Ma peccavo, per distratta gioventù, della mancanza di una visione della canzone nel suo contesto storico. La legge 194 fu approvata nel 1978, “Piccola storia ignobile” risale al 1976. Quando, attorno ai diciott'anni, me ne accorsi, ebbi un brivido. La canzone, nel tempo in cui fu incisa, parlava di un atto illegale. Un atto commesso da una donna che si trova alle strette, vittima delle proprie azioni ma anche dell'intero ambiente che la circonda, che la abbandona proprio nel momento più difficile.
La canzone lancia accuse ben chiare verso il silenzio su di un tema così importante. Accusa i media, l'opinione pubblica, l'industria culturale, la politica. La “piccola storia ignobile” “non vale due colonne sul giornale”, “non merita nemmeno l'attenzione della gente”, “non serve a una canzone di successo”. Insomma, una vergogna da lasciare chiusa dentro sé, senza parlarne con nessuno – meno che mai coi genitori – figure presenti e tutt'altro che caricaturali. Il padre è impegnato a sognare un futuro di ascesa sociale per la figlia, fatto di matrimonio e laurea; la madre, pur capendo qualcosa della ragazza, soffre di una distanza incolmabile dalla figlia, data soprattutto dai costumi sessuali, che nell'arco di una generazione sono cambiati in maniera irreversibile (“Come farai a dirle che nessuno ti ha costretta, / o a dirle che provavi anche piacere? / Questo non potrà capirlo, perché lei da donna onesta / l'ha fatto quasi sempre per dovere”). L'uomo con cui “il fattaccio” è avvenuto lascia la protagonista, ma le trova “l'indirizzo e i soldi”. Quelli naturalmente necessari ad abortire, e a farlo clandestinamente. E così, la sfortunata protagonista si trova “davvero sola tra le mani altrui”, tormentata da morsi nelle carni che sono tutt'altro che metaforici: sono quelli, reali, degli strumenti della mammana, che la tormentano cercando dentro al suo corpo quel feto da rimuovere.
“E i politici han ben altro a cui pensare”, così si chiudeva la canzone, parabola esemplare, storia mai accaduta ma simile a mille altre, di tante italiane trovatesi da sole in un momento tragico della propria vita. Non tutti i politici però pensavano ad altro. In quell'epoca tormentata, a battersi per il diritto delle donne a disporre liberamente del proprio corpo, c'era il piccolo Partito Radicale, guidato dall'agguerrito Marco Pannella.
La legge 194 è altamente imperfetta: soprattutto, lascia aperta la finestra dell'obiezione di coscienza da parte dei medici antiabortisti. Quante storie abbiamo letto e sentito, di donne che hanno dovuto prestarsi a umilianti viae crucis nelle cliniche italiane alla ricerca di un medico disposto a praticare l'interruzione volontaria di gravidanza! Un diritto garantito dalla legge che la legge stessa non si impegna a garantire è un paradosso, eppure è il paradosso che viviamo in Italia. Ma se questa garanzia, pur imperfetta, ha potuto trovare una propria esistenza ufficiale, è anche grazie all'impegno di marco Pannella, che proprio ieri è morto all'età di 86 anni. A lui, tra luci e ombre, l'Italia laica, atea, liberale e anche libertaria deve moltissimo. E anch'io, dal basso della mia rubrica, voglio tributare il giusto onore a chi, in un'Italia bigotta, moraleggiante, attenta più a negare diritti a venire che a garantire quelli esistenti, ha saputo spostare l'asticella dei temi etici sempre più in alto, ricordandoci che nessuno è libero davvero finché un suo simile è schiavo.

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