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Rocco Rosignoli con musicistiLo scorso sabato ho partecipato a uno splendido evento, svoltosi presso l'Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino (FI), vero e proprio tempio della musica popolare italiana. Qui sono conservati anni e anni di studi antropologici, compresi i nastri dei primi etnomusicologi, che negli anni convulsi dell'industrializzazione si resero conto che la cultura orale italiana stava per essere spazzata via dalla massificazione, e corsero ai ripari per preservarne almeno in parte il patrimonio.
Ero al seguito di un trio di cantori contemporanei, ottimi compagni di viaggio: Alessio Lega, Davide Giromini e Marco Rovelli. Al piano e alla fisa c'era Guido Baldoni, mentre io mi destreggiavo tra chitarre, mandolino, violino, concertina e armonica. Il programma, intitolato “Gli anni del controcanto”, ripercorreva in canzone la stagione storica che va dal '68 al '78, attraverso i canti composti da autori vicini al movimento. Canzoni che spesso danno una lettura in presa diretta dei fatti a esse contemporanei. Un canzoniere che parte da “Valle Giulia”, di Paolo Pietrangeli, attraversa i temi del lavoro e dello sciopero (“O cara moglie” di Ivan Della Mea, “Stucky” di Gualtiero Bertelli), per arrivare poi alle stagioni più spaventose del terrorismo (“I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini) e della lotta armata, per approdare fino al '78, con quella vittoria morale che è la Legge Basaglia, rappresentata nel nostro caso da “Io so che un giorno”, sempre di Della Mea, che presiedette l'Istituto Ernesto De Martino fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2009. L'evento si inseriva nella cornice della rassegna InCanto 2016, a cui parteciperanno tra gli altri Gualtiero Bertelli e Paolo Pietrangeli in persona (per il programma completo,http://www.iedm.it/2016/04/24/incanto-2016/). Una responsabilità non da poco, calcare quello stesso palco!
Abbiamo lavorato molto alla preparazione della serata. Cosa non semplice, si può immaginare, per cinque persone che vivono in tre posti diversi, a cento chilometri l'uno dall'altro. La molla che spinge è sempre la passione, passione musicale e sociale, che si intersecano fino a diventare un tutt'uno. Un repertorio vasto, importante e significativo, un luogo prestigioso: insomma, una serata ricca di aspettative, carica di emozioni.
L'accoglienza al centro è stata entusiastica e familiare. Gli altri musicisti erano già di casa, io invece ero proprio un novizio, ma non mi sono sentito fuori posto nemmeno un minuto: tutti compagni, tutti con una grande voglia di conoscersi, di raccontarsi, di condividere. Stefano Arrighetti, l'attuale presidente dell'Istituto, mi ha accompagnato lungo l'archivio del De Martino, mostrandomi gli scaffali ricolmi di nastri, le apparecchiature per leggerli (alcuni supporti sono ormai obsoleti, e bisogna avere le macchine giuste per poterli leggere e digitalizzare). E poi la storica cartina dell'Italia, colorata da tanti spilli, che mostrano le aree coperte dalle ricerche etnomusicologiche. Non sono un campanilista, ma mi ha colpito il fatto che Parma avesse appena quattro spillini. Meglio che niente, certo, ma la media è molto inferiore al resto della penisola... non ho fatto in tempo a chiedere come mai, i tempi stringevano e il fonico aveva bisogno di noi per fare i suoni.
Finito il soundcheck, consolo la delusione territoriale con una bella merenda, offerta dall'Istituto De Martino ai musicisti e a tutti i presenti. Si avvicina l'ora del concerto, l'emozione è alta ma non sfocia in tensione: abbiamo lavorato a lungo e siamo molto sicuri di ciò che faremo. Il pubblico arriva, numeroso. Il cielo minaccia pioggia, ma l'aria resta calda, e il palco è al riparo, montato sotto i meravigliosi portici della sede dell'Istituto.
Restituire l'emozione di un concerto è già impossibile quando lo si osserva da spettatore, figuriamoci da esecutore. Però posso dire che l'atmosfera che si è creata al De Martino è stata veramente rara. Naturalmente ci si rivolgeva a un pubblico estremamente interessato e motivato, ma dunque anche esigente. Gli applausi ricevuti ci fanno pensare di non averlo deluso, e che la nostra serata variopinta, corale, coraggiosa, abbia saputo dare qualcosa anche agli intenditori. Ci auguriamo di poterla replicare presto, e che i lettori di Cromatismi possano essere tra il nostro pubblico.

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