0
0
0
s2smodern

Rocco Rosignoli e Alessio LegaSono passati più di diciassette anni da quell'undici gennaio del 1999 in cui moriva Fabrizio De André. Diciassette anni in cui si è assistito a un processo di beatificazione mediatica, che ha trasformato uno dei cantautori migliori d'Italia nel Cantautore Migliore d'Italia in assoluto, genio insuperato e insuperabile, monumento alla memoria di un'arte perduta, quella della canzone, che a più riprese alcuni giornalisti più e meno autorevoli hanno dato per morta. Chi scrive è profondamente innamorato dei dischi di Fabrizio De André, e certamente debitore verso la sua opera.

Ma lo stesso De André aveva grandi debiti verso altri autori, debiti che spesso si spingono oltre il limite dell'ispirazione per dirigersi verso l'orbita della copia – o forse, direbbe qualcuno, del plagio.
In un recente articolo scritto per la neonata rivista “Vinile” di Editoriale Sprea, l'amico cantautore Alessio Lega si è spinto ad analizzare le fonti che Fabrizio De André ha usato nel corso della sua carriera, a volte dichiaratamente, altre volte tacendole e mettendo la propria firma sul lavoro di altri. A volte si tratta di citazioni, certamente, altre volte si va ben oltre. È il caso per esempio di “Fila la lana”, che è la traduzione precisa di “File la laine”, scritta nel 1949 da Robert Marcy e cantata da Jacques Douai – fonte mai dichiarata dal maestro genovese. Ma gli esempi che si possono trovare sono tanti, e minano l'immagine romantica dell'autore che dal nulla crea un mondo favoloso fatto di poesia e di amore per gli umili.
In un'epoca social, l'articolo ha avuto la ventura di essere rilanciato da Libero e poi da Dagospia, scatenando un vero e proprio flame. Commenti infuocati, rabbie e delusioni. Eppure, molte tra le somiglianze messe in luce dall'articolo di Alessio erano già note.

Alessio, perché credi che sia così difficile accettare questa verità su De André?
La canzone d'autore ha radici antiche ma è un fenomeno novecentesco, come il fumetto e il cinema. De André ne è recepito come il massimo rappresentante, e lo è anche in questo aspetto. La canzone, e la sua canzone in particolare, è una specie di ipertesto, una porta che collega elementi aedici e popolari a esperimenti di apertura al contemporaneo. De André è proprio omerico e contemporaneo al contempo. È successo che a cavallo del duemila il pubblico della canzone è entrato in crisi, ha perso la spinta o la capacità di seguire le cose nuove che accadono. A quel punto De André è rimasto congelato in un concetto che non gli appartiene, quello cioè di un punto di arrivo. Lui invece è un punto di passaggio. Voglio dire, noi oggi quando componiamo siamo più furbi: certe fonti le maciniamo in maniera più illeggibile, più celata. In lui c'è la componente, tipica della sua generazione, di subalternità della canzone rispetto alla letteratura e alla musica classica, per cui la citazione è pedissequa anche come forma di rispetto. De André è un geniale rielabolatore, talmente geniale da venire però recepito come un “creatore”. La sua mitologia di figlio ribelle della borghesia si sposa poco con un percorso di artista “pop-art”; raccontare questa realtà tocca un nervo scoperto, e diventa oltretutto strumentalizzabile, come dimostra l'articolo di Libero. Articolo che puntava a offendere i fan di De André. E loro ovviamente si sono offesi, prendendosela anche con me, che invece non puntavo per nulla a questo!

“Plagio” è una parola pesante, che “Vinile” ha messo in rilievo sulla copertina: è un concetto che condividi?
Il plagio è un reato, ed è evidentemente un paradosso usare questo termine. Comunque siano andate le cose, le opere di De André non sono mai state giudicate come reati, e quindi non possiamo usare questa parola in senso proprio. Personalmente, la citazione a tutti i suoi livelli la considero uno strumento della composizione. Lo si può usare bene o male, e De André lo usa eccellentemente. Le sue fonti, anche se ricalcate fedelmente, vengono collocate in un percorso personale, arrivando a conclusioni nuove. L'insieme del suo corpus compositivo è un contesto che aggiunge nuovo valore alle rielaborazioni. Voglio dire, “File la laine” è una traduzione molto fedele, ma se la affianchiamo a “La guerra di Piero” e “La ballata dell'eroe” viene illuminata da una luce nuova. La sintesi nuova di una fonte preesistente è un'operazione artistica che va ben oltre un plagio.

Qual è l'eredità autentica di De André che noi possiamo raccogliere oggi?
Da un lato c'è un'eredità evidente, un'opera ancora da scoprire anche nei suoi risvolti più sensibili. È materia che lascia spazio al ragionamento, oltre che esteticamente eccellente, eticamente ineccepibile, culturalmente rilevante. Visto che a noi musicisti capita spesso di riprendere e risuonare queste canzoni, di reinterpretarle, o di scriverne, dobbiamo avere la consapevolezza di tutto il bagaglio che si portano dietro, il loro essere un compendio, un'apertura su molti mondi culturali. La canzone francese, la poesia medievale, le ricerche di Dario Fo, i collaboratori rimasti nell'ombra... nessuna di queste componenti diminuisce il valore di De André come artista, ma arricchisce il contorno di tutto un mondo. Ci insegna che le cose non nascono dal nulla, e quindi, probabilmente, che non muoiono con la morte del loro autore.

Sostieni Rossoparma con una donazione