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Foto Mussolini Petacci LoretoSul ponte di Perati bandiera nera,
è il lutto della Julia che va alla guerra,
la meglio gioventù la va sottoterra.

Questo canto alpino celebra i caduti della brigata Julia in Albania. Fu un canto molto amato da Pier Paolo Pasolini, che da un suo verso mutuò il titolo della raccolta di poesie “La meglio gioventù” (1954), e che lo inserì anche in una scena del capolavoro “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975), il suo ultimo film compiuto. Nel 1944 il comandante partigiano Nuto Revelli, che era stato un alpino, memore di questa dolente melodia (le cui tracce, con un testo differente, si possono seguire fino alla prima guerra mondiale) compose su quest'aria la celebre “Pietà l'è morta”. Un canto partigiano che non parla di pace, ma di rabbia e rivalsa: “Tedeschi e fascisti fuori d'Italia, gridiamo a tutta forza: 'Pietà l'è morta'.” Non esiste più pietà da parte dei partigiani verso gli invasori e i loro galoppini, verso chi per mesi ha vessato la popolazione costringendola alla fame, indulgendo in eccidi e torture. La pietà va accantonata. Chi ha sistematicamente ferito, stuprato, torturato, massacrato una popolazione inerme deve pagare.
Il 29 aprile 1945, nei giorni convulsi che seguirono la liberazione, Giorgio Amendola tuonava sulle colonne dell'Unità: “I criminali devono essere eliminati. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa di abbandonarsi a indulgenze. Pietà l'è morta.”
Di diverso avviso sarà invece Palmiro Togliatti, che poco più di un anno dopo, nelle vesti di Ministro di Grazia e Giustizia, siglerà col proprio nome la famosa “Amnistia Togliatti”. Un provvedimento volto a pacificare un paese appena uscito da una guerra civile, ma che ebbe la tragica conseguenza di lasciare impuniti alcuni tra i più feroci crimini commessi durante la guerra. In questo modo l'Italia preferì voltare pagina, e non chiuse i conti con un passato difficile. Il marcio di cui parlava Amendola non fu mai tagliato, e tutt'oggi affiora spesso, mettendo in dubbio la realtà della guerra di liberazione, la scelta dei partigiani, le fondamenta della Repubblica.
Il 29 aprile 1945, proprio mentre Giorgio Amendola faceva risuonare sull'Unità le parole di Nuto Revelli, la popolazione milanese infieriva pesantemente contro i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, abbandonati in Piazzale Loreto a Milano per ordine del Colonnello Valerio, nome di battaglia (secondo la versione ufficiale) di Walter Audisio. I pompieri arriveranno in Piazzale Loreto verso le 11, e appenderanno i corpi già vilipesi al traliccio del distributore del piazzale, per evitare che la popolazione si accalchi nel tentativo di infierire. Con un accanimento catartico contro l'uomo che era diventato, per una popolazione prostrata dalla guerra e dalla fame, il simbolo stesso del male, si chiudevano apparentemente i conti con il regime fascista.
Pietà l'è morta”: a quanto pare, lo fu solo per il Duce, che subì quel castigo inglorioso. “E invece sono ancora tutti là / con i sorrisi smaglianti, / sono là i figli e i nipoti / vincenti e arroganti.” Questa l'amara summa che trae dalla vicenda Giorgio Canali, ex CSI, chitarrista rock e ottimo songwriter, che coi Rossofuoco incise questo brano nel 2010. La canzone, “Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio”, fu composta per la compilation “Materiali resistenti”, ma venne esclusa da quest'ultima perché contiene una bestemmia. Eppure, la sua chiosa, alla luce della nostra storia, rimane di un'attualità pesantissima, e dura da digerire. Forse oggi, che le piaghe della pacificazione mostrano il loro peggior marciume, ancor più di allora.

E a chi voleva la libertà
cosa gli diciamo?
Ai compagni morti per niente
cosa raccontiamo?

Che un pelato appeso a testa in giù
poteva bastarci?
Caro Valerio,
non dovevamo fermarci.

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