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ZFoto dario foMi trovo a Milano, ospite di Alessio Lega, con cui questa sera suonerò. Il repertorio prevede l'esecuzione integrale di “Quelli che...”, album di Jannacci del 1975. Ieri sera eravamo a cena a casa di Paolo Ciarchi, musicista e musicologo, dietro le quinte di moltissime opere del “folk-revival” italiano. È in questo clima che stamattina mi ha raggiunto la notizia della morte di Dario Fo, che con Jannacci scrisse pagine memorabili della canzone italiana, e che con Ciarchi collaborò per molti anni, producendo con lui come musicista alcuni dei suoi spettacoli migliori.
Fo è certamente un personaggio grandioso. Luci e ombre lo attorniano, ma chi ha assistito ai suoi spettacoli sa quanto fosse impossibile non essere travolti dalla sua grandezza attoriale. Il suo lavoro, che cresce in un humus colto e consapevole, prende le mosse da quella che è una volontà ben precisa: restituire alla tradizione orale una sua dignità profonda, che non la renda subalterna alla tradizione scritta, ma ne sia piuttosto un contraltare costruito con altri materiali. Il discorso sociale è fondamentale in Dario Fo. Le forzature fatte alla lettura della storia (penso soprattutto a quella medievale, epoca che in Mistero Buffo viene dipinta come un terreno fertile per il socialismo) sono funzionali alla volontà di dar voce a chi non l'ha mai avuta, generazioni di oppressi e sfruttati, i dannati della terra. Non potremmo perdonarle a uno storico, ma a un uomo di teatro sì: anzi, forse dobbiamo proprio chiedergliele, perché è in virtù di illuminazioni simili che l'arte riesce ad avvicinarci alla realtà per vie che non hanno a che fare con la logica.

ZFoto bob dylanE poi, gli scherzi della vita, che sono strani: la morte di questo premio Nobel per la letteratura (1997) avviene quasi in contemporanea con il conferimento dello stesso premio a Bob Dylan, un altro indiscusso genio di un'arte “minore” (anche se, nel 2016, non dovrebbe avere più senso parlare di arti maggiori e minori). Se Fo era spesso definito un giullare, Dylan non si è mai tolto di dosso il nome di menestrello. Definizioni medievaleggianti per artisti che assommavano in sé tratti antichi e un'immane propensione verso il futuro; un futuro visto come necessario, inevitabile.
In comune questi due grandi artisti avevano il retroterra da cui muovevano i passi: un retroterra popolare, che nel dopoguerra italiano veniva riscoperto in extremis, prima che l'industrializzazione ne facesse piazza pulita, e che nell'enorme America rurale conservava ancora i tratti tipici dell'oralità.
Nel mio modo di vedere le cose, la contemporaneità della morte del giullare e del trionfo del menestrello non sono che una pura casualità. Ma di certo, quando sentiremo raccontare di quest'evento nelle leggende, non potremo che riconoscere la sua natura magica.

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