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ZFoto yamashita2Kazuhito Yamashita è uno dei chitarristi classici più conosciuti e rappresentativi oggi viventi. Una carriera iniziata negli anni '70, costellata di grandi successi e di collaborazioni con musicisti di livello eccelso. Un artista che ha saputo spingere oltre i loro limiti le possibilità espressive della chitarra classica.

E lo ha fatto con il suo stile interpretativo, ma anche con le sue trascrizioni – avventurose e audaci – di brani tratti da altri repertori. E lunedì 11 luglio 2016 ne ha dato prova, eseguendo tra gli altri brani una sua trascrizione del conosciuto Largo di Dvorak, che nasce per la grande orchestra, ma che nell'arrangiamento di Yamashita acquista un nuovo fascino senza perdere in maestosità. E mettendo in mostra una quantità di risorse tecniche da fare impallidire.
Prima del concerto Giampaolo Bandini, direttore artistico della rassegna “un pizzico di luna”, organizzata dalla Società dei Concerti di Parma, ha introdotto brevemente la serata. Ha spiegato che il maestro Yamashita si sarebbe esibito senza amplificazione, e per la prima parte del concerto addirittura senza illuminazione, per evitare che il ronzio elettrico dei fari disturbasse l'ascolto dello strumento.
Bandini ha definito il modo di suonare di Yamashita “spirituale”. È vero: la tecnica impeccabile e il virtuosismo non lasciano mai spazio all'autocompiacimento, si pongono al servizio della composizione e dell'onda emotiva che essa segue.
Il concerto si è aperto con una bella interpretazione della “Suite Compostelana” di Federico Mompou, cui ha fatto seguito la personale versione di Dovrak.
Sul palco col maestro Yamashita si è poi presentata la figlia Koyumi, anche lei chitarrista. Il duo ha eseguito un arrangiamento per due chitarre di “The kalendar prince”, dalla “Scheherazade” di Rimskij-Korsakoff. La giovane Koyumi appare sulle prime un po' timida, anche se dall'intesa coi due si sente chiaramente che il duo con il padre è rodato da decenni sui palchi di tutto il mondo. Ma nel secondo brano eseguito in duo, il “Souvenir de Russie” di Fernando Sor, la giovane chitarrista emerge in tutta la sua bravura. Sul palco con uno strumento diverso, una chitarra romantica, emerge finalmente nel suo protagonista, e strappa al pubblico applausi a non finire.
Per chiudere il concerto Yamashita torna sul palco solo. Con il mi basso abbassato a re, esegue una sua trascrizione (trasposta in re maggiore) della prima suite per violoncello di Bach. Un brano di musica classica estremamente conosciuto, che nella trascrizione del maestro Yamashita si pone al servizio del nuovo strumento cui è destinata.
É raro imbattersi in musicisti che sappiano stupire con una tecnica impeccabile e contemporaneamente a essere interpreti intensi, che offrono performance dall'alto tasso emotivo. Yamashita è stato questa rarità. Un pubblico non oceanico ma numeroso ha saputo tributare al maestro la giusta attenzione. La chitarra non è certo uno strumento adatto a suonare negli spazi aperti, e la scelta di usarla nel chiostro della Casa della Musica senza ricorrere all'amplificazione è stata azzardata e coraggiosa. Il pubblico, con rispetto e interesse, ha saputo rendere giustizia alla scelta dell'artista, ricompensato con moltissimi applausi.

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