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ZFoto NautilusFrancesco Morittu è un musicista cagliaritano. Ha vissuto a Parma per molti anni, e proprio allora ci siamo conosciuti. All'epoca accompagnava spesso il nostro Francesco Pelosi nei suoi concerti, dando vita ad arrangiamenti di atmosfera. Morittu è un chitarrista classico di solida formazione, con un approccio libero e consapevole al materiale musicale.

È laureato in etnomusicologia all'Università di Bologna. “Ma non posso più dire di essere etnomusicologo,” mi dice, “non faccio più ricerche in quel campo da molto tempo, ora sono musicista a tempo pieno”. Quel che è certo, però, è che molta della sua formazione di etnomusicologo confluisce nella musica che compone. “Soprattutto nell'approccio ai timbri sonori, e ad alcuni ritmi, elementi del materiale musicale che non possono che essere svincolati dalla parte scritta.”
Oggi pomeriggio alle 18.30 Francesco Morittu presenterà il suo primo album solista, intitolato “Nautilus”, uscito a giugno 2016 per Stella Recordings di Stefano Guzzetti.. “In precedenza ho suonato solo in album altrui”, dice Francesco. E mi cita “Isla”, della compositrice Ailem Carvajal (musicista cubana di stanza a Parma), e “Duets of a fool”, del contrabbassista Sebastiano Dessanay, un album di duetti completamente fondato sull'improvvisazione.

Come nasce “Nautilus”?
È un disco composto di brani accomunati da una forte valenza narrativa, che vogliono proprio narrare una storia. Per farlo si svincolano in parte dalla musica scritta, prendendosi ampi margini di improvvisazione. Cioè, mi spiego meglio: non ci sono “spazi” già previsti dedicati a parentesi improvvisative, ma cerco di usare l'improvvisazione come strumento della narrazione – prendendo anche libertà sulla struttura, sui timbri sonori, sul tempo; è una maniera “artigianale” di approcciare il materiale musicale. Un po' come accadeva nel rinascimento: la scrittura è una sorta di canovaccio, su cui l'esecutore ha ampi margini di interpretazione. È una strada che ho intrapreso e affinato nell'arco di 20 anni, da quando scrissi il brano più datato di questo album: “Capaci, 23 maggio 1992”, scritto proprio lo stesso giorno della strage in cui morì Falcone.

Da dove arriva il titolo Nautilus?
“Nautilus” è uno dei brani principali dell'album, e prende il nome dal sottomarino del Capitano Nemo di “Ventimila leghe sotto i mari” (e non dall'omonimo mollusco sottomarino). Dà il senso del viaggio, dell'immersione... ed è il primo brano che ho composto pensando a questo tipo di scrittura semi-aperta e semi-chiusa che ti ho descritto. E che non è l'unica modalità compositiva che utilizzo: per esempio, a marzo di quest'anno ha debuttato al teatro lirico di Cagliari una mia composizione per due contrabbassi, questa molto “classica”, intendendo con ciò un testo musicale già in sé concluso da consegnare all'esecutore.

In che occasione ha debuttato?
Il brano mi è stato commissionato in occasione della commemorazione di Franco Mosino, storico contrabbassista del Teatro Lirico di Cagliari, scomparso prematuramente, ed è stato eseguito da Rinaldo Asuni, docente del conservatorio di Cagliari, e Francesco Sergi. È uno dei brani che ho scritto per strumenti diversi dalla chitarra, che confluiranno nel mio prossimo progetto discografico.

Come è stato registrato “Nautilus”?
È stato registrato in quattro sedute, ed è stato elaborato solo minimamente in postproduzione. Abbiamo voluto rendere appieno l'integrità dell'esecuzione, che è molto importante per l'aspetto narrativo dei brani. Ho cercato per parecchio un ambiente adatto all'incisione, e alla fine l'ho trovato semplicemente nel monolocale di un'amica! Un posto piccolo, che mi ricordava una grotta, dall'acustica molto asciutta, proprio quella che cercavo!
Anche in questo “Nautilus” è proprio una sorta di diario personale, un diario che culmina in una ghost track: l'unica traccia del disco che non ho composto io, ma solo arrangiato: si tratta della prima “Gnossienne” di Satie, in cui c'è la partecipazione di Simone Soro al violino, che dà vita con la mia chitarra a un duetto che stravolge il brano originale. Abbiamo usato accorgimenti timbrici che richiamano il vento e il mare, riportando il brano di Satie alla sua origine greca, mediterranea. Il brano l'ho fatto mio proprio grazie a questo suono evocativo su cui abbiamo lavorato, ed è una conclusione perfetta per questo viaggio sommerso.

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