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ZFoto OSTALGHIAA volte nella vita ti ritrovi accanto dei compagni di viaggio che ti fanno sentire veramente fortunato. Devo essere sincero, a me è capitato parecchie volte, e in particolare di recente. Coinvolto da Alessio Lega (un'altra amicizia che arricchisce la mia vita) nel concerto “Gli anni del controcanto”, andato in scena a Sesto Fiorentino il sette di maggio, ho condiviso molti giorni di prove e un concerto (oltre a quello “ufficiale”) anche con Davide Giromini.

Alla prima prova che abbiamo condiviso, Davide è arrivato con il suo ultimo cd fresco di stampa, intitolato “Ostalghia”. Ne ha fatto omaggio a tutti quanti, e io fin dal primo ascolto ne sono rimasto folgorato. Tanto che ho voluto intervistarlo per “Cromatismi” su questo suo lavoro.
Davide è di Carrara, lo separano dal mio appennino poche decine di chilometri, un valico aspro, e la magnificenza delle alpi apuane. È un cantautore atipico, si accompagna con la fisarmonica e compone canzoni sospese tra il canto popolare e un'atmosfera post-rock. Si sentono chiare alcune ascendenze musicali, ma trasfigurate, sedimentate, maturate e fatte proprie. A emergere è l'ottica di un artista fermamente conscio delle proprie scelte espressive. I suoi testi sono duri, impegnativi, pregni di sostanza, arrivano dritti allo stomaco e costringono l'ascoltatore a fare i conti con tutta una storia, con tutta una realtà, lontana dalle declinazioni decadenti e autoreferenziali di tanto rock contemporaneo.
Ecco di seguito la bella chiacchierata che Davide ha regalato alla nostra rubrica di Rosso Parma.

Partiamo dal titolo del tuo ultimo disco, “Ostalghia”. Che cosa significa questa parola?

È la nostalgia che alcuni est-berlinesi provano per il periodo storico della DDR. È un titolo che trasportato in Italia può svuotarsi di significato ma è proprio questo il senso quasi ironico del suo uso come titolo. In Italia i comunisti si nutrono di una nostalgia per qualcosa che non hanno mai avuto veramente.

L'album è idealmente diviso in due parti, una sorta di lato A e lato B. La cesura è netta tra le canzoni che parlano dell'Italia e quelle che parlano della Russia. Qual è la strada che hai percorso per arrivare a questa architettura?

Legandomi appunto alla prima domanda direi che l'architettura è volta a rappresentare nell'Italia stessa quelle malattie alle quali gli ideali comunisti si oppongono e trovano cura. Si parla infatti nelle canzoni di strage nazista, lavoro, governo occulto e stragi di stato, g8 e anticapitalismo, caduta dei valori generazionale. Sulla Russia invece utilizzo un'immaginazione tutta mia, con un filtro cartone animatesco ed anche un po' cinico, a volte disperato.

La formazione con cui hai inciso “Ostalghia” è quella di un power trio particolare: basso, batteria e fisarmonica, che è il tuo strumento. Come nasce questa formazione, che hai chiamato “La Maledizione”?

L'esigenza strumentale è quella di dare lo spazio giusto alla fisarmonica, strumento che ha avuto un nuovo boom con il folk revival degli anni 90 ma che viene usata prevalentemente come strumento solista e per dare colore. Nel nostro caso la fisa occupa sia il ruolo di pad tastieristico applicando il microfono dei bassi ad un amplificatore per chitarra con distorsore, sia quello di strumento solista e ritmico.

“Sottosopra” è la seconda canzone dell'album. È una canzone che avevi già inciso in precedenza, che racconta dei morti sul lavoro della tua terra, Carrara. Le loro sono morti ancor più bianche, perché avvengono nel candore delle cave di marmo. Questa canzone ha vinto la scorsa settimana il premio Giovanna Daffini per la canzone popolare. Io credo che la tua necessità di incidere nuovamente questo brano coincida con una necessità di ribadire quanto questo tema sia tutt'altro che legato al passato, e che in una vicenda locale si trovi una parabola che riguarda l'intero paese. Sei d'accordo?

Si, anche se la questione dei cavatori è molto complessa e non la si può integrare in un quadro generale di battaglie operaie, tantomeno in un discorso marxista. La canzone nella fattispecie parla di mio nonno morto in cava a 24 anni negli anni 50, quando andare in cava significava guadagnarsi il pezzo di pane giornaliero rischiando la vita. La canzone inizia proprio rilevando questo aspetto nella frase "ora che danno fervidi l'anima ai malfattori dei padri miei lo sangue trasformo in lacrime e immergo d'ori". Vale a dire... ora che la fame non si fa più i cavatori fanno gli straordinari trasgredendo regole di sicurezza non più per il pezzo di pane ma per comprarsi il SUV. Frase un po' generalista ma tristemente vera in molti casi.

Nel disco c'è una profonda, dolorosa, realistica e appassionata descrizione della generazione dei trenta-quarantenni di oggi. Una generazione che avrebbe anche voluto un mondo diverso, ma che quando ha cercato di crearlo è stata sistematicamente bloccata, repressa, ferita, uccisa; il quadro che ne esce è quello di una generazione alienata, destinata a non diventare mai grande, uomini e donne condannati a rimanere per sempre figli e mai padri e madri...

L'hai detto te. La mia generazione è quella che non ha fatto nulla, un po' perché maturata tardi, un po' perché troppo cullata fra le braccia famigliari, un po' perché il mondo per come è oggi è sempre più difficile da cambiare dal basso. Le grandi narrazioni non unificano più le masse e noi siamo una generazione divisa in mille piccoli gruppi, perlomeno chi ha una visione politica dell'esistenza. Anche il disinteresse fa la sua parte.

La grafica del disco è impostata su colori primari (bianco, nero, giallo e rosso). Mi ha incuriosito l'accostamento della falce e martello al simbolo di Superman, che campeggia sul retro e che compare anche sulla tua fisa.

È un modo per dire che il nostro paese culturalmente rimane filoamericano e superomista. È anche un modo per accostare due simboli fortissimi e vedere l'effetto che fa, ma soprattutto è una rappresentazione della postmodernità, concetto al quale ho dedicato un album qualche anno fa. In banale sintesi: fine delle narrazioni e utilizzo dei simboli per esclusivi fatti di mercato, quindi parificazione simbolica tra i fumetti, le ideologie, le marche di scarpe ecc ecc

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Il prossimo disco sarà una traduzione in carrarese, il mio dialetto, di note canzoni sociali e di lotta di alcuni cantautori ai quali sono legato, uno fra tutti Ivan della Mea. Il Carrarese è un dialetto sconosciuto e vorrei fare qualcosa per diffonderne la presunta musicalità, molto vicino ai dialetti del nord piuttosto che al vernacolo della toscana di cui fa parte.

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